Social media: perchè sono una rivoluzione (anche) per l’informazione?

Se i telegiornali sono la fonte principale di informazione per la maggioranza degli italiani, tra i giovani si fanno strada anche Instagram, siti, app e YouTube.
Oggi i social media non sono solo uno strumento di svago, ma sono diventati fondamentali anche nella comunicazione politica e aziendale. Hanno dato vita a nuove professioni, come il social media manager, e sono ormai cruciali per la diffusione delle informazioni. 

II Social Media Day, che si celebra il 30 giugno, riconosce l’impatto rivoluzionario dei social media sul  modo in cui le persone si informano. Con differenze significative tra le generazioni. Ma in un mondo dove informarsi è a portata di clic, i social media contribuiscono anche alla diffusione di fake news, alla manipolazione delle informazioni e all’eco-chamber effect, in cui le persone sono esposte solo a opinioni simili alle proprie.

Il pericolo dell’overload informativo 

Secondo un’indagine condotta dal team Public Affairs di Ipsos, l’overload informativo può essere anche fonte di stress e ansia.
Quanto all’impatto emotivo dell’uso dei social media, per la maggior parte degli intervistati i social sono principalmente un modo per restare in contatto con amici (61%) e passare il tempo senza troppi pensieri (58%). 

La GenZ si distingue, invece, affermando che l’uso dei social li rende più consapevoli di ciò che accade intorno a loro (70%).
Tuttavia, il pessimismo (47%) e l’ansia (41%) legati all’uso dei social sono più frequenti tra i giovani, probabilmente a causa della maggiore esposizione a canoni sociali e di bellezza, e standard di vita irraggiungibili.

I TG sono ancora la fonte principale

Secondo la rilevazione Ipsos, i telegiornali sono la fonte principale di informazione per quasi il 60% degli intervistati, seguiti dai programmi TV di approfondimento (43%) e dai giornali, sia cartacei sia digitali (38%). 

Tuttavia, si riscontrano differenze generazionali significative. La GenZ indica tra le fonti principali Instagram (42%), siti o app di news/informazione (38%) e YouTube (33%).
Anche i Millennials si distinguono, indicando Facebook (38%) e amici o familiari (33%) tra le fonti di informazione più rilevanti. 

Ma le notizie alla radio sono le più affidabili

Per quanto riguarda l’affidabilità delle fonti, le notizie alla radio risultano le più affidabili (75%), seguite da quelle divulgate da telegiornali (72%), giornali (72%) e programmi TV (71%). Le fonti tradizionali sono, quindi, percepite come le più affidabili. 

Tik Tok (20%) e i gruppi Telegram (24%) occupano gli ultimi posti in termini di affidabilità, soprattutto per GenZ, Boomers e Silent Generation.
Contrariamente all’opinione comune, i giovani sembrano consapevoli dell’affidabilità delle fonti, considerando affidabili, oltre a quelle tradizionali, solo i siti o app di news/informazione e YouTube. 

Fake e hard news: 6 lettori su 10 preoccupati per contenuti fasulli

Nel mondo, sei persone su 10, il 59% (+3% su anno) sono allarmate dal fatto di non riuscire a distinguere i contenuti affidabili da quelli inaffidabili online, soprattutto su piattaforme come TikTok e X, l’ex Twitter. Emerge dal Digital News Report 2024 dell’Istituto Reuters, condotto in 47 paesi, nell’anno in cui sono previsti importanti appuntamenti elettorali in tutto il mondo e milioni di persone alle urne.

I social, in particolare, TikTok e X in Regno Unito, Stati Uniti e Messico, “hanno ospitato disinformazione e teorie cospirazioniste sulla guerra a Gaza e sulla salute della principessa del Galles“, sottolinea il rapporto, che segnala una crescita generale di preoccupazione per le foto generate dall’Intelligenza artificiale e i video deepfake.

Si all’AI generativa ma solo per sport e intrattenimento 

Cautela viene espressa poi dagli intervistati sull’uso dell’Intelligenza artificiale generativa per  quanto riguarda le notizie, soprattutto le ‘hard news’, come quelle relative alla politica e la guerra.
Solo il 23% di intervistati negli Usa e il 15% in Europa è favorevole alla scrittura di notizie generate prevalentemente con l’AI e la supervisione umana, mentre più disponibilità a notizie scritte dai giornalisti con un aiuto dell’Intelligenza artificiale generativa. IN questo caso, è favorevole il 42% in Usa e il 33% in Europa.

“C’è più apertura nell’uso dell’AI generativa per la copertura di argomenti come lo sport e l’intrattenimento e per attività più di routine e secondarie, come la trascrizione e la traduzione, ma non nel sostituire i giornalisti”, spiega l’analisi.

Il video e la sfida della monetizzazione

I contenuti video stanno diventando una fonte sempre più importante per le notizie online, soprattutto tra i più giovani.
Il 66% delle persone accede a brevi video di notizie ogni settimana, mentre i formati più lunghi ne attirano circa il 51%. La fruizione avviene sulle piattaforme online (72%) piuttosto che sui siti degli editori (22%), aumentando le sfide legate alla monetizzazione.

“I video offrono un’ampia gamma di contenuti, ma molte redazioni tradizionali sono ancora radicate in una cultura basata sul testo, e gli editori sono riluttanti perché i conti non quadrano”, commenta Nic Newman, autore del rapporto.

Giornalisti, podcast o influencer? 

La ricerca rileva inoltre che gli utenti di TikTok, Instagram e Snapchat tendono a prestare maggiore attenzione a influencer e celebrities piuttosto che ai giornalisti, mentre su Facebook e X  hanno ancora appeal le testate giornalistiche.

In molti paesi, riporta Ansa, si registra un declino per la fruizione delle news sui social tradizionali come Facebook (37%, -4% su anno) e X (10%), che investono più sui creatori di contenuti. Anche YouTube (31%), WhatsApp (21%) e TikTok (13%) vengono usati per la fruizione delle news.
I podcast di notizie attraggono giovani e persone più istruite, ma costituiscono un’attività minoritaria. In un paniere di 20 paesi, un terzo (35%) delle persone accede mensilmente a un podcast.

Pride Month: ancora divari di genere nel 2024, GenZ più propensi a identificarsi come LGBT+

La GenZ probabilmente è la prima generazione veramente globale, quindi, anche nei Paesi conservatori, ha opinioni più aperte sui temi della sessualità e del genere. Tanto che il 17% della GenZ si identifica come LGBT+ rispetto all’11% dei Millennials, al 6% della Generazione X e al 5% dei Boomers.

L’Ipsos LGBT+ Pride 2024 condotto in 26 Paesi rileva permangono divari di genere, generazionali e geografici su diverse questioni. Ad esempio, il sostegno alle unioni omosessuali varia notevolmente da Paese a Paese: se in Svezia l’86% è favorevole al matrimonio/riconoscimento legale delle unioni omosessuali in Turchia lo è il 37%.
Insomma, un’ondata di bandiere multicolori un mese all’anno non significa che la lotta per la parità dei diritti per la comunità LGBT+ sia stata vinta.

Sì a legalizzare le unioni omosessuali

Una forte maggioranza (71% in 23 Paesi, -3% dal 2021) concorda sul fatto che le coppie omosessuali dovrebbero essere autorizzate a sposarsi o legalizzare la loro relazione.
In Italia il 77% è favorevole a una qualche forma di riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Nello specifico il 58% è favorevole al matrimonio egualitario e il 19% al riconoscimento legale, mentre i contrari sono il 10%. 

Anche il sostegno verso le adozioni varia tra i diversi Paesi oggetto dell’indagine, con l’82% della Thailandia a favore e il 29% della Turchia contrario. In Italia, la maggioranza assoluta (66%) è favorevole alle adozioni per le coppie omosessuali, mentre il 30% è contrario. 

Persone transgender ancora discriminate

Se negli ultimi anni è evidente una maggiore apertura dei confronti del matrimonio egualitario, al contrario c’è una preoccupazione diffusa per le discriminazioni subite dalle persone transgender. Una media globale del 66% afferma che sono molto discriminate nella società attuale. 

Il 72% sostiene che dovrebbero essere protette da discriminazioni sul lavoro, nell’alloggio e nella socialità. Nonostante queste posizioni di sostegno, solo la metà (51% nei 26 Paesi) è d’accordo sul fatto che le persone transgender dovrebbero essere autorizzate a utilizzare bagni o spogliatoi che corrispondono al genere con cui si identificano, mentre il 34% si oppone. 
Il 50% è poi d’accordo che i documenti d’identità rilasciati dal governo debbano includere un’opzione diversa da ‘maschio’ e ‘femmina’.

Ragazze GenZ più solidali dei coetanei   

Di fatto, le donne GenZ sono più propense dei coetanei maschi a sostenere diritti e protezioni per le persone LGBT+. Per il 65% delle donne GenZ le coppie dello stesso sesso devono potersi sposare legalmente, contro il 45% dei GenZ uomini.

La discordanza tra i sessi nella GenZ si estende anche ad altre questioni relative ai diritti LGBT+, come l’importanza di leggi che proibiscano la discriminazione basata sull’orientamento sessuale nell’occupazione, nell’educazione, nell’alloggio e nei servizi sociali.
Inoltre, le donne della GenZ tendono ad appoggiare maggiormente le aziende e i marchi che si impegnano attivamente per l’uguaglianza delle persone LGBT+ (58% vs 37% uomini). 

Autovelox: nuove regole grazie al decreto 

“Un decreto che mette fine alla giungla delle migliaia di autovelox selvaggi in tutta Italia”: così scrive su X Matteo Salvini, a proposito del decreto che regola gli autovelox voluto proprio dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.

“Mettiamo un po’ di ordine, perché l’Italia non può avere da sola il 10% degli autovelox di tutto il mondo – afferma il ministro nella puntata di Quarta Repubblica su Rete 4 -. L’autovelox dove ci sono incidenti, dove c’è una scuola, un asilo nido, una casa di riposo, un ospedale, una strada stretta è sacrosanto, ma “l’anarchia dell’autovelox ovunque, magari mezzo nascosto per fregare l’automobilista, non sarà più possibile”.
In pratica, sì all’autovelox che salva le vite, no all’autovelox come “nuova tassa per chi va a lavorare”.

“Basta fare cassa sulla pelle degli automobilisti!’’

“I rilevatori di velocità saranno installati solo per prevenire incidenti, basta fare cassa sulla pelle degli automobilisti”, aggiunge Salvini. Gli autovelox dovranno essere segnalati in anticipo, 1.000 metri sulle strade extraurbane, 200 sulle strade urbane a scorrimento e 75 sulle altre strade.

La scelta dei tratti di strada sui quali collocare i dispositivi va individuata con provvedimento del prefetto, e selezionata in base a un elevato livello di incidentalità, documentata impossibilità o difficoltà di procedere alla contestazione immediata sulla base delle condizioni strutturali. Inoltre, viene fissata per la prima volta la distanza minima che deve intercorrere tra un dispositivo e l’altro (progressiva per tipo di strada) in modo da evitarne la proliferazione.

Niente radar in città sotto i 50 km/h

La velocità massima individuata dai dispositivi non deve essere inferiore di oltre 20 km/h rispetto a quella massima generalizzata. Ad esempio, sulle strade extraurbane principali, dove è previsto un limite di 110 km/h, “il dispositivo può essere utilizzato solo se il limite di velocità è fissato ad almeno 90 km/h, ma non per limiti inferiori”. E non si potranno utilizzare dove esiste un limite di velocità eccessivamente ridotto (inferiore a 50 km/h nelle strade urbane).

Il decreto precisa che l’utilizzo di dispositivi a bordo di un veicolo in movimento è consentito solo se c’è la contestazione immediata, altrimenti dovranno essere scelte postazioni debitamente visibili.

Il nodo omologazione

“Sicuramente il decreto introduce novità legislative favorevoli all’utente della strada, così come annunciato dai suoi promotori – commenta all’Adnkronos l’avvocato Massimiliano Baroni -. La cosa più grave, tuttavia, è che nel redigere questo decreto non si siano minimamente pronunciati sulla questione dell’omologazione, dopo che ad aprile una sentenza della Cassazione ha stabilito che, se gli autovelox non sono muniti di decreto di omologazione emesso dal ministero dei Trasporti, i dati che hanno rilevato sono inutilizzabili perché inattendibili. In Italia non esistono infatti autovelox omologati, ma solo approvati, e tutte le multe fatte da autovelox a partire dal 18 aprile sono impugnabili. E si vince”.

Tenore di vita e declassamento, perchè gli italiani hanno paura?

l proprio tenore di vita è in bilico, se non in calo: così lo percepirebbero i nostri connazionali. A dirlo è il recente Rapporto Cida-Censis ‘Il valore del ceto medio per l’economia e la società’, commissionato da Cida e presentato alla Camera dei Deputati.

La scala sociale… è in discesa

Il 54,2% degli italiani percepisce un senso di declassamento, sentendo di retrocedere nella scala sociale. Questa sensazione è condivisa dal 48,4% del ceto medio, dal 66,7% dei ceti popolari e dal 42,2% degli abbienti. Tra le professioni, il 45,7% dei dirigenti, il 54,5% degli imprenditori e commercianti, il 50% degli impiegati, insegnanti e professioni intermedie, e il 59,1% degli operai avvertono questa percezione.

Il benessere diminuisce

Il 59,7% degli italiani avverte un calo del proprio tenore di vita. Questa sensazione è particolarmente diffusa nel 53,4% del ceto medio, nel 74,4% del ceto popolare e nel 40% dei benestanti. Un calo del tenore di vita è percepito dal 74,4% di chi ha un reddito fino a 15 mila euro, dal 63,6% tra 15 e 35 mila euro, dal 52,1% tra 35 e 50 mila euro e dal 40,3% di chi guadagna oltre 50 mila euro.

L’identikit del ceto medio

Il 60,5% degli italiani si dichiara appartenente al ceto medio, il 33,8% al ceto popolare e il 5,7% a quello benestante. Tra chi guadagna fino a 15 mila euro, l’11,3% si identifica come ceto medio, mentre questa percentuale sale al 46,4% tra 15 e 34 mila euro, al 26,7% tra 35 e 50 mila euro e al 15,6% oltre i 50 mila euro. Le quote più alte si trovano al Centro (66,3%) e nel Nord-Ovest (62,3%), meno nel Sud-Isole (55,5%).

Percezione della mobilità sociale

Il 76% degli italiani ritiene sempre più difficile salire nella scala sociale. Questa opinione è condivisa dal 74,7% del ceto medio, dal 79,5% del ceto popolare e dal 68,3% del ceto abbiente. La percezione del blocco della mobilità sociale è alta tra i redditi fino a 15 mila euro (78,5%), tra 15 e 35 mila euro (78,9%), tra 35 e 50 mila euro (77%) e oltre 50 mila euro (64,2%).

Com’è il sentiment?

Il 66,6% degli italiani pensa che le generazioni passate vivessero meglio, opinione condivisa dal 65,7% del ceto medio, dal 70,1% dei ceti popolari e dal 56,7% dei benestanti. Inoltre, il 76,1% ritiene che le generazioni future staranno peggio, inclusi il 75,1% del ceto medio, il 77,1% dei ceti popolari e il 78% dei benestanti.

Bolletta elettrica, perchè in Italia è tra le più care d’Europa?

Nel 2023, gli italiani hanno dovuto fronteggiare una spesa considerevole per l’elettricità, con una media di oltre 960 euro solo per la bolletta. Questa cifra – decisamente importante – supera di ben il 23% la media europea del 23%. Insomma, siamo tra i più “tartassati” del Vecchio Continente per quanto riguarda i costi dell’energia. 

Se le tariffe fossero adeguate, spenderemmo 180 euro in meno

Questo dato è stato calcolato da Facile.it, considerando i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kWh, e confrontandoli con le tariffe dell’energia elettrica rilevate da Eurostat in tutta l’Unione Europea. Se le tariffe italiane si adeguassero alla media europea, la spesa annuale si ridurrebbe di oltre 180 euro.

Italia, il sesto Paese in UE per costo delle bollette 

Nel secondo semestre del 2023, l’Italia è risultata essere il sesto paese più costoso in Europa per l’elettricità, con una tariffa media di 0,3347 €/kWh, tasse ed oneri inclusi. Nonostante un lieve calo dei prezzi rispetto al primo semestre, il costo rimane elevato rispetto ad altri paesi. La Germania, ad esempio, ha registrato un aumento del 20% rispetto all’Italia, seguita da Irlanda (+13%), Belgio (+13%), e Danimarca (+6%). Al contrario, la lista dei paesi con tariffe inferiori è lunga: la Francia ha registrato una tariffa media del 29% inferiore all’Italia, la Spagna del 43%, e la Svezia addirittura del 53%. L’Ungheria è emersa come il paese con le tariffe più basse, con una differenza del 196% rispetto all’Italia.

Le performance migliori (e le peggiori)

Considerando l’intero anno 2023, l’Italia ha registrato una delle performance peggiori in Europa, con una spesa annua che si attesta tra le più alte. Mentre in Italia si spendono circa 960 euro, paesi come Germania e Belgio superano i 1.100 euro, la Danimarca quasi i 1.000 euro e Cipro circa 970 euro. Al contrario, in Francia la spesa è stata inferiore ai 660 euro, con un risparmio di circa 300 euro rispetto all’Italia. Gli altri paesi europei hanno anch’essi registrato spese inferiori: Spagna e Svezia intorno ai 645 euro, Grecia a 627 euro, Portogallo meno di 590 euro e Ungheria solamente 310 euro.

Per concludere

In conclusione, l’Italia si trova ad affrontare una situazione di costi energetici elevati rispetto alla media europea, con conseguenti oneri finanziari per le famiglie italiane.

Qual è la dieta più sostenibile tra mediterranea, vegana o vegetariana?

Se la sostenibilità inizia (anche) dalla tavola, qual è la dieta più sostenibile? La filiera alimentate è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra, di cui il 60% circa proveniente da prodotti animali. La dieta vegetariana e quella vegana hanno quindi un impatto minore sull’ambiente rispetto alla dieta mediterranea, e sono anche più sostenibili economicamente.

Emerge da un’indagine condotta da Altroconsumo, che ha chiesto a un nutrizionista di costituire tre diete equilibrate dal punto di vista nutrizionale  (apporto calorico giornaliero di 2.000 kcal). Sulla base degli alimenti e delle quantità fornite per ogni dieta, è stato calcolato il costo e l’impatto ambientale.
In ogni caso, consumando alimenti più sostenibili, valorizzando i prodotti vegetali stagionali,  riducendo il consumo di carne e latticini è possibile prevenire alcune malattie e ridurre l’impatto ambientale.

Produzione di CO, consumo di suolo e acqua

Una persona adulta che segue la dieta mediterranea ogni settimana produce 15kg di CO₂ equivalente, consuma 19mq di suolo e 1.880 litri di acqua.

La dieta vegana è quella che complessivamente ha il minor impatto ambientale. Infatti, pesa il 32% in meno di quella mediterranea e il 18% in meno di quella vegetariana. Questo perché la dieta non prevede alimenti di origine animale e si basa sul consumo di cereali, legumi, verdura e frutta, olii, bevande vegetali e semi. Una persona adulta che segue la dieta vegana ogni settimana produce 8kg di CO₂ equivalente, consuma 15mq di suolo e 1.810 litri di acqua.

Il costo del regime alimentare

La dieta vegetariana che rispetto a quella vegana prevede anche uova e latticini, consuma più acqua, anche rispetto alla dieta mediterranea.
Infatti, un adulto che segue la dieta vegetariana ogni settimana produce 11kg di CO₂ equivalente, 17mq di suolo e 1.980 litri di acqua.

Ma il regime alimentare più economico è quello vegetariano. Il costo settimanale della spesa vegetariana è di 53 euro circa. Meno di quanto spende chi segue la mediterranea, che deve mettere in conto 63 euro circa a settimana, il 17% in più rispetto alla vegetariana.

Frutta e verdura fanno salire il conto

Per i vegani il costo della spesa settimanale è simile a quella dei vegetariani, 54 euro, mentre quella mediterranea costa il 15,5% in più. I vegani spendono di più per le alternative vegetali alle proteine (legumi, frutta secca, fonti proteiche alternative, come seitan e tofu,) che incidono per il 16% sulla spesa settimanale, oltre a frutta e verdura, che rappresentano il 45% della spesa.

Per chi segue la dieta mediterranea a incidere maggiormente sul costo della spesa settimanale è il pesce, che ne costituisce un quinto, mentre la carne pesa per l’8% e i latticini il 12%. Ma sono soprattutto frutta e verdura a far salire il conto, rispettivamente costituiscono il 16% e il 18% della spesa settimanale.

Italia, perchè è calata la voglia di “fare impresa”?

I nostri connazionali hanno ancora il mito dell’imprenditorialità? Forse no. L’Italia si colloca infatti al 36º posto nella classifica mondiale per la propensione imprenditoriale del Paese. Negli ultimi dieci anni, si è assistito a una notevole diminuzione dell’inclinazione a avviare nuove imprese, con un calo ancora più evidente nel settore manifatturiero. Un dato su tutti: nel 2023, l’attività imprenditoriale è scesa al 60% rispetto al livello del 2010.

Questi dati emergono dal Rapporto GEM Italia 2023-2024, presentato dall’Universitas Mercatorum a Roma, presso la Sala Longhi di Unioncamere.

La valenza del GEM a livello globale

All’evento, come riferisce Italpress, hanno partecipato rappresentanti istituzionali, professionisti accademici ed economici, tra cui Giuseppe Tripoli, Segretario Generale di Unioncamere, Amedeo Teti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Giovanni Cannata, Rettore dell’Universitas Mercatorum, e altri esperti del settore.

Il GEM è diventato uno strumento chiave nello studio dell’imprenditorialità a livello globale, coinvolgendo 46 paesi e oltre 100.000 individui tramite interviste dirette, di cui 2.000 in Italia nel 2023. Il rapporto si propone di fornire una visione approfondita della situazione imprenditoriale italiana, identificando sfide e opportunità attuali e future per promuovere una maggiore attività imprenditoriale nel Paese.

Gli ostacoli che frenano l’imprenditoria 

Tuttavia, nonostante la ripresa degli ultimi anni, l’Italia rimane tra i paesi con una bassa propensione imprenditoriale, con un gap significativo tra l’interesse alla creazione di imprese e la loro effettiva attuazione. A pesare sensibilmente su questo divario ci sono sia fattori soggettivi, come la tendenza a ridurre i possibili rischi, sia fattori di contesto, come le difficoltà burocratiche.

L’istruzione come base dell’imprenditorialità

Il rapporto sottolinea l’importanza dell’istruzione nell’incoraggiare l’imprenditorialità, con una maggiore propensione tra i laureati. Per questa ragione è essenziale introdurre la formazione imprenditoriale nel sistema educativo. In questo contesto, l’Università annuncia l’avvio del Contamination Lab, un programma di formazione all’imprenditorialità aperto a studenti, dottorandi e assegnisti.

Non mancano i segnali positivi

Il GEM Italia rileva segni di ripresa negli ultimi anni, specialmente dopo la crisi economica causata dalla pandemia. Tuttavia, persiste una significativa differenza di genere nell’attività imprenditoriale, con tassi di attivazione più elevati tra gli uomini. Tale divario è più marcato in Italia rispetto ad altre economie avanzate.

Conclusione

In sintesi, il rapporto GEM sottolinea la necessità di affrontare le sfide strutturali e culturali che limitano l’imprenditorialità in Italia, promuovendo l’istruzione imprenditoriale e riducendo le disparità di genere per favorire una crescita economica sostenibile e inclusiva.

I social sotto la lente di chi seleziona il personale: a cosa stare attenti?

La diffusione dei social network ha rivoluzionato radicalmente il modo in cui i recruiter accedono alle informazioni di chi si candida per un posto di lavoro. I cacciatori di teste, infatti, utilizzano questi strumenti per la ricerca di nuovi talenti in maniera più massiccia rispetto al recente passato.

Un’indagine condotta da The Adecco Group su circa 500 recruiter ha messo in luce l’importanza cruciale dei social media nel moderno processo di reclutamento, con il 51% dei recruiter che dichiara di aver subito un’influenza negativa durante il processo di selezione dopo aver controllato i profili social dei candidati.

La presenza online esaminata dai recruiter

Questo dato segna un notevole aumento rispetto a dieci anni fa, quando solo il 12% dei recruiter era influenzato dai social. Ma c’è stata una crescita significativa anche rispetto al 2021, quando tale percentuale si attestava al 30,8%. Le ragioni dietro tale tendenza sono varie: il 37% degli intervistati ha citato la presenza di foto considerate inappropriate, il 27% ha menzionato tratti di personalità evidenziati dai contenuti pubblicati, mentre il 17% ha notato manifestazioni discriminatorie di natura sessuale e/o razziale nelle interazioni dei candidati.

Dopo aver ricevuto il curriculum vitae, i recruiter intervistati dichiarano di esaminare la presenza online del candidato, concentrandosi sulle esperienze professionali nel 65% dei casi e sui contenuti postati nel 47%. Insomma, come e cosa si posta sui social network fa la differenza fra una potenziale assunzione o meno.

I social influenzano i processi di reclutamento

“L’uso dei social media da parte dei candidati sta sempre più influenzando le decisioni di reclutamento”, ha affermato Lidia Molinari, direttore people advisor di Adecco Italia. “I dati ci dimostrano che lo screening sui social è uno strumento cruciale nel processo di selezione per oltre la metà dei recruiter, che non solo sfruttano i social media per la ricerca di talenti, ma anche per valutare i candidati.”

“Per questo motivo”, ha sottolineato, “consigliamo a chiunque stia cercando un’opportunità lavorativa di sviluppare un personal branding sui social che tenga conto della selezione dei contenuti prima della loro pubblicazione e di prestare attenzione alle modalità di interazione online”.

LinkedIn si conferma il social professionale per eccellenza

Tra i social media più utilizzati per la ricerca di candidati, Linkedin si conferma al primo posto, con il 96% dei recruiter che lo utilizzano: il 67% per la raccolta di candidature e il 60% per la ricerca di candidati passivi. Questi ultimi sono professionisti che non sono attivamente alla ricerca di lavoro e non si aspettano di ricevere proposte di lavoro, rendendo l’analisi dei loro profili social un componente fondamentale del moderno Social Recruiting.

Mercato pubblicitario Out of Home: raggiunge 696 milioni nel 2023

Il digitale si sta facendo sempre più strada portando innovazione e guidando anche la crescita del mercato pubblicitario l’Out of Home (OOH). Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano il mercato Out of Home tocca quota 696 milioni di euro (+13%), aumentando la sua importanza all’interno del Media Mix pubblicitario italiano. Raggiunge infatti il 7% della raccolta complessiva (+1% vs 2022).

In questo panorama è sempre più rilevante il ruolo del Digital Out Of Home (DOOH), che con 201 milioni di euro (+21%) pesa circa un terzo sulla raccolta totale del mezzo.
“Il trend positivo di questa componente sarà ancora più evidente nel 2024: il DOOH sarà infatti responsabile del 64% della crescita di questo Media prevista – dichiara Denise Ronconi, Direttrice dell’Osservatorio – e raggiungerà 242 milioni di euro (+21%), con un peso del 32% sulla raccolta complessiva”. 

Nuove opportunità grazie al Programmatic DOOH

Lo sviluppo della componente digital e i crescenti investimenti per la diffusione di impianti digitali portano nuove opportunità per il mercato Out of Home, che ora può sfruttare modalità di compravendita simili al Programmatic advertising disponibile per gli spazi pubblicitari online.

In particolare, il Programmatic Digital Out of Home (pDOOH) fa riferimento all’automazione del processo di acquisto, vendita e distribuzione dell’inventory degli schermi digitali, offrendo agli advertiser funzionalità di targeting avanzate per raggiungere gli utenti anche fuori casa.
In Italia il mercato del Programmatic DOOH è ancora piuttosto contenuto anche se registra tassi di crescita rilevanti: nel 2023 vale circa 10 milioni (+61%) e pesa il 5% della raccolta Digital Out of Home.

Le tecnologie di rilevazione dei dati

Il mercato a oggi è caratterizzato da una molteplicità di tecnologie e modalità di rilevazione di dati utili per la pianificazione e la misurazione delle campagne Out of Home.
In particolare le tecnologie di rilevazione si possono ascrivere a due categorie principali, le classi di dati provenienti da monitoraggio diretto da parte del Media Owner (sensori Wi-fi, beacon bluetooth, cam) e quelle derivanti da player terzi di diversi settori (GPS/SDK app, Telco/SIM).

Questi sistemi permettono di raccogliere dati e informazioni con i quali implementare metriche differenti (tra le quali viewers, tempo di permanenza, tempo di attenzione, frequenza di ritorno) volte a supportare una pianificazione efficace della campagna.

Rimangono alcune aree da migliorare

Se questi approcci abilitano l’effettiva possibilità di una valutazione dell’impatto atteso delle campagne, agli occhi degli advertiser rimangono alcune aree rilevanti di miglioramento.
Tra queste emergono soprattutto l’eterogeneità dell’offerta da parte delle concessionarie Out of Home, la frammentazione del mercato e la mancanza di uniformità delle metriche proposte, per cui una stessa metrica può essere basata su calcoli e dati diversi a seconda del Media Owner di riferimento.

Questo ha come conseguenza un sistema di misurazione che rende ancora ardua la valutazione di campagne complesse, soprattutto nel caso di stima dell’impatto di iniziative cross-media che vedono integrata all’OOH anche l’attivazione di altri mezzi (Tv, mobile, ecc.).