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Security Operations Center: perché le aziende scelgono di esternalizzare?

Secondo una ricerca di Kaspersky, la maggior parte delle aziende sceglie di esternalizzare almeno una parte del proprio Security Operations Center (SOC), e un numero significativo adotta il modello SOC-as-a-Service (SOCaaS). L’outsourcing del SOC consente infatti di delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo a un fornitore esterno di fiducia.

I risultati mostrano che anche in Italia questa tendenza è ormai consolidata. Il 67% delle aziende italiane prevede infatti di esternalizzare parte del proprio SOC, combinando risorse interne con competenze esterne, mentre il 22% è pronto ad adottare un modello completamente SOCaaS. 
Solo l’11% prevede di costruire un SOC interamente in-house.

Delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo?

L’outsourcing del SOC può includere diversi servizi: progettazione e architettura del SOC, implementazione e manutenzione delle tecnologie, monitoraggio e analisi da parte di analisti di sicurezza esterni, servizi di consulenza/formazione, fornitura completa di SOCaaS.
La maggior parte delle aziende italiane preferisce mantenere internamente le attività strategiche, affidandosi invece a team esterni e tecnologie avanzate per i carichi di lavoro più operativi e altamente tecnici.

Tra le aziende che intendono esternalizzare le funzioni SOC, le attività più frequentemente delegate a fornitori terzi sono installazione/implementazione delle soluzioni (45%), progettazione del SOC (43%) e sviluppo e fornitura di soluzioni (34%).
Quando si rivolgono a specialisti SOC esterni, le aziende mostrano una preferenza per il rafforzamento di ruoli specifici (analisti di seconda linea, 62%, analisti di prima linea, 35%), concentrandosi soprattutto su monitoraggio continuo e risposta alle minacce.

Garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7

Il principale fattore che spinge verso l’outsourcing del SOC è la necessità di garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (39%), requisito che molti team interni faticano a sostenere autonomamente.
Un altro vantaggio è la riduzione del carico di lavoro per gli specialisti interni della sicurezza IT (38%), a cui si aggiunge l’accesso a soluzioni e tecnologie avanzate (36%) e il supporto esterno per assicurare conformità ai requisiti normativi e standard di settore (28%).

L’ottimizzazione del budget è considerata una priorità “solo” dal 36% delle aziende italiane. A dimostrazione che il valore principale dell’outsourcing del SOC risiede soprattutto nella protezione più efficace, e non esclusivamente nella riduzione dei costi.

Trasformare il SOC in una capacità strategica fondamentale

“La tendenza all’esternalizzazione, totale o parziale, delle funzioni SOC è guidata principalmente dalla necessità di maggiore focalizzazione operativa e agilità strategica – spiega Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky -. Affidando a partner esterni le attività tecniche e di routine, le aziende possono concentrarsi su iniziative ad alto valore, come il processo decisionale strategico e il coordinamento delle risposte alle minacce più sofisticate. Inoltre, questo approccio consente spesso di ottenere significative efficienze economiche, favorendo un’allocazione più efficace delle risorse. In definitiva, questo modello trasforma il SOC in una capacità strategica fondamentale, contribuendo direttamente alla continuità operativa”. 

Storage: come affrontare la crescita di dati nel 2026

Secondo le previsioni di IDC, il fabbisogno globale di archiviazione dei dati raggiungerà circa 20.000 exabyte entro il 2029, quasi il doppio rispetto alla capacità richiesta nel 2025.
La diffusione dell’AI generativa, l’aumento dei dati ad alto valore e la rapida evoluzione degli ambienti cloud, enterprise e di sorveglianza stanno accelerando la domanda di soluzioni di archiviazione di dati sempre più capienti ed efficienti.

Il principale motore della domanda di storage sarà la crescita esplosiva dei workload di AI, affiancata dalla continua espansione del cloud computing e dell’IoT.
Sono alcune tendenze per il 2026 evidenziate da Toshiba Electronics Europe.

SSD e HDD nei data center hanno ruoli complementari

I grandi volumi di dati generati dai modelli di AI generativa e agentica stanno producendo enormi volumi di dati che richiedono infrastrutture affidabili e scalabili per essere archiviati, elaborati e conservati sia per esigenze normative sia per finalità analitiche. Ma per TrendForce, la carenza di HDD nearline porta a tempi di consegna che vanno da poche settimane a un anno.

Le applicazioni di AI si basano su enormi volumi di dati, con gli SSD che gestiscono l’elaborazione e gli HDD l’archiviazione.
Nei data center, HDD e SSD hanno infatti ruoli complementari. Gli SSD garantiscono prestazioni elevate per carichi di lavoro intensivi, mentre gli HDD, più economici per terabyte, sono ideali per l’archiviazione su larga scala. 

Gli HDD continuano a dominare il mercato e sono in continua evoluzione

Nonostante la continua innovazione, Gartner prevede che entro il 2026 gli HDD rappresenteranno il 68% della capacità totale disponibile e la maggior parte saranno HDD nearline da 3,5 pollici ad alta capacità, realizzati su misura per le esigenze dei data center cloud e aziendali.

Contemporaneamente Toshiba continua a investire nelle attività di ricerca e sviluppo per fornire unità con capacità superiori, maggiore efficienza energetica e affidabilità. Recentemente, Toshiba ha testato la tecnologia di impilamento a 12 piatti con Microwave-Assisted Magnetic Recording (MAMR), che consentirà la realizzazione di HDD da 40TB nel formato da 3,5 pollici entro il 2027.

Sostenibilità: si investe in soluzioni ad alta efficienza energetica

In un settore sempre più attento all’impatto ambientale dei data center, Toshiba continua a investire in soluzioni ad alta efficienza energetica. Gli HDD enterprise riempiti a elio riducono attrito, calore e consumi, migliorando il rapporto watt/terabyte e contribuendo a soluzioni più sostenibili.

L’HDD Innovation Lab di Toshiba svolge un ruolo chiave nel supportare partner e clienti fornendo servizi di benchmarking e analisi energetica, ottimizzando le configurazioni di archiviazione in termini di prestazioni ed efficienza energetica. Recenti report di laboratorio dimostrano che i moderni sistemi HDD possono ridurre il consumo energetico attivo sotto a 600W per JBOD a 60 alloggiamenti, con un raffreddamento efficiente e un throughput elevato.

Filtro anti-spoofing: i primi dati della seconda fase (su rete mobile)

A partire dal 19 novembre tutte le chiamate (illecite) su rete mobile con numeri italiani provenienti dall’estero sono bloccate, escluse ovviamente quelle provenienti dal telefono cellulare di clienti realmente in roaming in altre nazioni. 

Il 19 novembre è diventata infatti operativa la seconda fase del filtro anti-spoofing previsto da AGCOM. Questa seconda fase fa seguito alla prima, avviata il 19 agosto, con cui sono state bloccate tutte le chiamate dall’estero con numero italiano da rete fissa. 
I primi dati sul numero di chiamate bloccate, forniti da TIM, Vodafone-Fastweb, WindTre, Iliad, danno evidenza dell’ampia diffusione di tale pratica illegale, come già previsto dall’Autorità nella delibera.

Milioni di chiamate bloccate ogni giorno

Un primo gestore di rete mobile ha comunicato che dal 19 novembre al 21 novembre ha bloccato 8,1 milioni di chiamate spoofing da rete mobile, corrispondente a una media di 2,7 milioni di chiamate bloccate al giorno. Altri 2,6 milioni di chiamate sono state bloccate tra sabato 22 novembre e domenica 23 novembre. 

Un secondo gestore di rete mobile dal 19 novembre al 23 novembre ha bloccato 8,3 milioni di chiamate spoofing da mobile, su un totale di 17 milioni ricevute per una media di 1,7 milioni di chiamate al giorno. Circa il 50% delle chiamate erano oggetto di spoofing.
Un terzo gestore mobile, nella sola giornata del 21 novembre, su circa 3,15 milioni di chiamate mobili, ha richiesto il blocco di 2,9 milioni, pari a circa il 90% delle chiamate ricevute.

Numeri 6 volte superiori allo spoofing da rete fissa

Un altro gestore, nel periodo 20 -23 novembre, ha bloccato circa 650.000 chiamate, su un totale di circa 940.000 chiamate da mobile (circa il 70%) con una media di 162.000 blocchi al giorno.  
In totale, i quattro principali gestori hanno bloccato, nel periodo 19-21 novembre, una media orientativamente di 7,46 milioni di chiamate al giorno. 

Si tratta di un primo dato che seppur parziale è già circa 6 volte superiore al dato totale di chiamate bloccate nella fase iniziale di applicazione del filtro, ovvero, da numeri fissi dall’estero (circa 1,3 milioni al giorno).

Differenza nei valori percentuali tra i diversi operatori

Tra i diversi operatori, si osservano valori della percentuale di chiamate illecite da numerazioni mobili bloccate anche del 50%, 70%, fino al 90%.
Tali percentuali si riferiscono al tasso di chiamate illegali, che sono tutte bloccate, mentre la quota restante corrisponde alle chiamate lecite. Questi dati confermano che una buona parte dello spoofing proviene appunto dall’estero.  

Il fenomeno si sta peraltro spostando sulle chiamate dall’estero con numeri internazionali, che sulla base del quadro normativo vigente non possono essere bloccati.
È necessario quindi prestare la massima attenzione, soprattutto quando vengono offerti contratti e servizi di varia natura.  

TV: cosa guardano gli italiani, quando e con chi? 

La TV è ancora capace di generare attenzione, emozioni e valore per i brand, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento nello scenario digitale in continua trasformazione.
Lo attesta un’indagine realizzata da Human Highway insieme a Emotiva. Lo studio ha coinvolto 2.000 persone invitate a compilare un diario digitale suddiviso tra mattina, durante i pasti e la sera, per una settimana.

In totale sono state raccolte oltre 42.000 esperienze di visione su TV, app e piattaforme digitali, che hanno permesso di tracciare cosa si guarda, per quanto tempo, con chi, e con quale livello di attenzione e soddisfazione, offrendo un quadro completo della giornata tipo dello spettatore italiano.

La giornata inizia con l’informazione

Per gli italiani la giornata inizia con l’informazione: telegiornali e programmi di approfondimento, spesso condivisi con altre persone, diventano momenti di co-visione e di discussione. Durante i pasti restano centrali i contenuti informativi e giornalistici, scelti per chiarezza, serietà e capacità di stimolare riflessione.
Di sera, invece, è il tempo del relax e dell’evasione, con film, serie TV e grandi show.

Grazie alla presenza di in media 4-5 schermi per nucleo domestico, ogni membro della famiglia può scegliere tra documentari, programmi tematici, sport o eventi live.
L’intrattenimento si conferma la categoria in grado di riunire tutta la famiglia, con un indice di soddisfazione fino al +40%. Anche eventi sportivi e musicali dal vivo rappresentano momenti di forte aggregazione, generando picchi di coinvolgimento emotivo e sociale.

Pubblicità e attenzione

Un tema centrale per i brand è il rapporto tra pubblico e pubblicità televisiva. I dati della ricerca sfatano un mito diffuso: gli spot non allontanano gli spettatori. Tra il 70% e il 99% del pubblico rimane davanti allo schermo durante le interruzioni pubblicitarie. E nei film e nelle serie TV, quando il messaggio è percepito come mirato e rilevante, la permanenza sale fino al 95%.

Se il break è introdotto dai conduttori, l’attenzione resta alta. Tra l’80% e il 90% degli spettatori continua a seguire il programma senza abbandonare la visione.
Questi risultati dimostrano che se ben integrata nel contesto editoriale, la pubblicità televisiva non è vissuta come un disturbo, ma può mantenere viva l’attenzione e rafforzare il legame con i contenuti.

Un mezzo che resta strategico

Complessivamente, la ricerca evidenzia la resilienza della televisione e la sua efficacia come mezzo per i brand.
La qualità editoriale può aumentare il ricordo pubblicitario fino al 40%. L’attenzione media si attesta intorno al 60%, con punte del 97% nei programmi di intrattenimento.

E la soddisfazione dei contenuti, intesa come la capacità di mantenere la promessa emotiva per cui vengono scelti, supera il 50%, traducendosi in un tempo di fruizione significativo: da 1 a 2 ore al giorno per spettatore.

Adolescenti: il 60% ha subito prese in giro e provocazioni

Lo rivela l’indagine “Affettività e stereotipi di genere. Come gli adolescenti vivono relazioni, genere e identità”, condotta da Webboh Lab per ActionAid, realizzata attraverso i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai: la pressione estetica esercitata dai social media ha un impatto fortissimo sulla vita di ragazze e ragazzi. Oltre 7 su 10 riconoscono come i corpi perfetti o ritoccati proposti online siano irreali, ciononostante, sempre 7 su 10 vogliono cambiare il proprio aspetto per apparire all’altezza di standard di bellezza irraggiungibili. E le ragazze sono bersaglio di aspettative più dei ragazzi.

Inoltre, quasi 6 adolescenti su 10 subiscono provocazioni legate a peso, altezza, colore della pelle, capelli. Otto su 10 criticano il proprio corpo e più del 50% modifica il modo di vestirsi per paura dei giudizi.

Tante forme di esclusione e pressione sociale

All’80% degli adolescenti viene detto costantemente quali sono le cose giuste da fare “per essere maschi e femmine”. Troppo spesso il porno diventa l’unica “scuola” per loro. 
Inoltre, oltre il 71% del campione ha assistito a situazioni di derisione, discriminazione per come ci si veste, esprime o si muove, o perché considerata “troppo femminile” o “troppo maschile”.

Allo stesso tempo. tra i più giovani cresce la consapevolezza critica verso i modelli di genere rigidi e giudicanti che vengono imposti anche online. Ma aspettative digitali e giudizio sociale si intrecciano rivelando come sia complesso lo spettro dell’esclusione e della violenza.

Cinque modi di vivere il presente

Dall’analisi di 17 caratteristiche su stereotipi di genere, pressione sociale, emozioni, media e cultura emergono 5 profili. I più numerosi sono gli Adolescenti anti-stereotipi e i Vigili Culturali (46%): pronti ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico. Più ampi ma silenziosi sono i Tradizionalisti Inconsapevoli (21%): aderiscono a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproducono stereotipi di genere della società patriarcale.

I Giustificazionisti (16%) giustificano la violenza come forma d’amore e colpevolizzando le vittime, a riprova di quanto il sessismo interiorizzato sia ancora presente anche tra i più giovani. I Progressisti Distorti (17%) dimostrano invece quanto la cultura digitale possa generare confusione: rifiutano gli stereotipi più visibili ma legittimano controllo, violenza e giudizio.

Educazione alla sessualità

Dalle risposte degli adolescenti riguardo i percorsi educativi su sesso e affettività emerge con forza la necessità di affrontare a scuola sessualità, affettività e relazioni anche come prevenzione della violenza (punteggio medio 8,25). 

Oltre la metà dei partecipanti al sondaggio dichiara di non sapere a chi rivolgersi nel caso di dubbi su sesso, pur riconoscendo l’utilità dei consultori. Ed è il porno a dare risposte per mancanza di alternative sicure. Ma circa 7 su 10 riconoscono che il porno influenza negativamente l’immaginario su relazioni e consenso, evidenziando la necessità di un’educazione come strumento di consapevolezza, non di censura.

Estate 2025, perchè piace la vacanza in camper?

Come saranno le vacanze in questa estate 2025 appena iniziata? Sicuramente si conferma la voglia di partire, anche in modi più ‘originali? e all’insegna della libertà. A confermare l’entusiasmo per le vacanze on the road è l’ultima indagine condotta dal Salone del Camper di Parma, che ha raccolto le preferenze di oltre 46 mila appassionati attraverso un sondaggio diffuso lo scorso maggio.

I risultati offrono uno spaccato interessante su come cambiano le abitudini di viaggio per il 2025, con un focus sulle mete più ambite, la durata delle vacanze e i nuovi stili di turismo.

Viaggi più lunghi e voglia di libertà

In particolare, dalla ricerca spicca un dato su tutti: il 65% dei camperisti ha già pianificato le vacanze estive. Le mete italiane restano in cima alla lista delle preferenze, con il 46% degli intervistati che ha indicato le spiagge del Belpaese come destinazione del cuore. A seguire, i piccoli borghi e la natura (16%) e la montagna (14%).

In aumento anche la durata dei soggiorni, che spesso superano le due settimane e si distribuiscono su tutta l’estate, da giugno a settembre. Un trend che conferma la tendenza alla destagionalizzazione.

Famiglia, natura e sapori locali: l’estate autentica

Il camper continua a rappresentare il mezzo ideale per una vacanza in famiglia (58%) o in coppia (38%), con una crescente attenzione alla presenza degli animali domestici.

Le motivazioni di viaggio si fanno sempre più esperienziali: il 35% sceglie il relax, il 28% è attratto dalla gastronomia locale, mentre il 37% cerca esperienze autentiche lontane dal turismo di massa. Il contatto con la natura e la libertà di movimento restano valori centrali.

Mare protagonista, ma borghi e Nord Europa piacciono sempre di più

Secondo i dati pubblicati da Jfc Panorama Turismo, Jesolo guida la classifica delle località balneari più amate, seguita da Rimini, Riccione e Caorle. Sardegna, Emilia-Romagna e Puglia sono le regioni più desiderate.

In questo contesto, però, cresce anche l’interesse per i borghi italiani come Asolo, San Leo, Matera e Civita di Bagnoregio, nonché per le grandi rotte europee. Chi sogna i viaggi lunghi imposta il navigatore verso Nord Europa, Scandinavia e Capo Nord.

Outdoor e digital detox: cosa vogliono i nuovi viaggiatori

Il turismo outdoor conquista anche i più giovani, che cercano natura, silenzio e connessioni profonde. Secondo ScuolaZoo Slow Living, l’89% dei ragazzi desidera una pausa dallo stress e l’82% cerca esperienze senza social. Cammini, ciclopiste e slow tourism rappresentano l’evoluzione di un modo di viaggiare più consapevole.

“Non basta l’etica per governare l’AI”, servono più controlli e presidio della legalità

Gli esperti della protezione dei dati riconoscono l’importanza di promuovere un uso etico dell’Intelligenza artificiale (63%), sottolineando però anche la necessità di un maggiore rispetto delle normative (73%) e di un rafforzamento delle attività ispettive da parte dell’Autorità (43,2%).

Inoltre, più della metà pensa che nonostante il GDPR abbia uniformato le regole per tutti evidenzia criticità per le micro, piccole e medie imprese, spesso in difficoltà nell’applicare le normative in modo efficace. 
L’affermazione ‘non basta l’etica per governare l’AI’ pone quindi una questione cruciale nel campo delle innovazioni tecnologiche.
Emerge da un sondaggio di Federprivacy rivolto a circa 1000 professionisti italiani.

“L’Intelligenza artificiale è come una tigre”

Insomma, gli aspetti etici sono fondamentali, ma da soli potrebbero non essere sufficienti a garantire un utilizzo sicuro e responsabile di questa tecnologia. 
Se molti considerano l’AI un’opportunità, gli esperti temono che possa sfuggire di mano, come il Premio Nobel per la fisica Geoffrey Hinton, che nei giorni scorsi dal palcoscenico del Gitex Europe a Berlin l’ha paragonata a una tigre. “Da cucciola sembra innocua, addirittura affascinante. Ma crescerà. E a meno che non siate certi che non vorrà uccidervi, dovreste preoccuparvi”.

E all’intervistatore che proponeva l’etica come principale rimedio scaccia incubi, il pioniere del machine learning ha risposto in modo perentorio: “Le grandi aziende perseguono il profitto, non l’etica”.

Non occorre cambiare i profili sanzionatori, ma farli rispettare

Non mancano quindi le preoccupazioni per l’impatto che avrà nei prossimi anni.
Se in 7 anni di GDPR le autorità europee hanno inflitto più di 2.500 multe per un ammontare di oltre 6 miliardi di euro senza intravedere un cambio di rotta significativo, il 73,9% dei professionisti pensa che non occorra cambiare gli attuali profili sanzionatori, bensì farli rispettare in modo più efficace. 

Piuttosto, il 43,2% vorrebbe un numero maggiore di attività ispettive del Garante e della Guardia di Finanza a presidio della legalità.
E a differenza di quello che possono pensare i cittadini, che vedono minacciata la loro privacy come mai prima d’ora, il 63,5% dei professionisti che ‘vede’ le aziende dall’interno afferma che dal 2018 a oggi la situazione è comunque migliorata grazie alle sanzioni più severe introdotte dal Regolamento UE sulla protezione dei dati.

GDPR: non ha agevolato abbastanza le Pmi

A questo riguardo, se le semplificazioni proposte dalla Commissione Europea non si stanno rivelando come le agevolazioni tanto attese, il 56,9% dei professionisti riconosce che il GDPR ha effettivamente introdotto regole uguali per tutti.
Allo stesso tempo, però, avrebbe dovuto agevolare maggiormente le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano.

Case: prezzi +0,8% in un mese. A Milano 5.073 euro/mq

Ad aprile 2025 i prezzi delle abitazioni usate in Italia sono cresciuti dello 0,8% su base mensile, portando la media nazionale a 1.815 euro al metro quadro.
Il mercato residenziale italiano prosegue quindi lungo un sentiero di consolidamento dei valori. E l’andamento congiunturale conferma una dinamica positiva in ampia parte del territorio.

La dinamica ‘rialzista’ investe il 68% dei comuni capoluogo, con rincari più marcati a Rovigo (4,5%), Lodi (3,1%) e Como (2,7%).
Tra i grandi mercati, sempre in terreno positivo, Venezia (2%), Milano (1,8%), Firenze (1,7%), Roma e Palermo, entrambe con il +1,2%.
Sul fronte dei prezzi unitari, Milano si conferma regina del mercato immobiliare, raggiungendo un nuovo massimo storico di 5.073 euro al metro quadro.
Emerge dall’ultima rilevazione dell’Ufficio Studi di idealista.

A Caltanissetta, Ragusa, Biella abitazioni più accessibili

Milano, la regina del mercato immobiliare italiano, è seguita da Venezia, con 4.651 euro al metro quadro e Bolzano (4.612 euro al metro quadro).

La top ten dei prezzi unitari comprende anche Firenze (4.460 euro/mq), Roma (3.163 euro/mq) e Napoli (2.712 euro/mq).
In coda alla classifica, si posizionano Caltanissetta, con 692 euro al metro quadro, Ragusa (721 euro/mq) e Biella (779 euro/mq), che rappresentano i mercati più accessibili per chi intende acquistare un immobile.

Regioni: 13 in rialzo, 3 in flessione, 4 stabili

Sono 13 le regioni che registrano rialzi, 3 in flessione, e 4 (Calabria, Umbria, Sicilia e Calabria) mostrano valori stabili.
Le performance migliori sono in Lombardia (2,1%), Valle d’Aosta (1,4%), Trentino-Alto Adige (1,2%) e Toscana (1%).

Altri incrementi, ma sotto la media nazionale (0,8%), vanno dallo 0,7% del Lazio allo 0,1% dell’Abruzzo.
Dal lato opposto, si rilevano ribassi limitati in Basilicata (-0,7%), Molise (-0,4%) e Puglia (-0,1%).
Il Trentino-Alto Adige si conferma la regione con il valore unitario più elevato (3.117 euro/mq), seguita da Valle d’Aosta (2.576 euro/mq, Liguria (2.467 euro/mq) e Toscana (2.361 euro/mq).
Anche Lombardia (2.212 euro/mq), Lazio (2.115 euro/mq) ed Emilia-Romagna (1.831 euro/mq) registrano valori superiori alla media nazionale. Con i suoi 910 euro di media la Calabria è la regione più economica.

Bolzano la provincia con quotazione unitaria più alta

Su scala provinciale, si consolida il trend positivo: 69 province registrano aumenti nei valori al metro quadro.
Spiccano le performance di Sondrio (3,4%), Milano (2,4%) e Vercelli (2,2%). 
Tra le province in crescita figurano anche le aree dei principali mercati metropolitani italiani, con aumenti a Firenze (1,9%), Roma (1%), Venezia (0,7%), Napoli (0,6%), Bari (0,2%), Palermo (0,1%).
Tra le province in calo, le flessioni più significative si osservano a Isernia (-2,5%), Nuoro (-2%) e Salerno (-1,4%).

Valori stabili in dieci aree, tra cui Torino, mentre Bolzano resta la provincia con la quotazione unitaria più alta d’Italia (4.522 euro/mq), seguita da Milano (3.547 euro/mq) e Lucca (3.179 euro/mq).
Valori unitari superiori alla media nazionale si estendono a 29 province, con Savona (3.104 euro/mq) e Verbano-Cusio-Ossola (1.822 euro/mq) a delimitare l’intervallo.

Frodi telefoniche: arriva la truffa del “curriculum”

Spesso, si tratta di un messaggio vocale preregistrato che esordisce con la frase: ‘Salve, abbiamo ricevuto il tuo curriculum’. È la cosiddetta ‘truffa del curriculum’, la nuova frode che sfrutta la vulnerabilità di chi è in cerca di lavoro, promettendo opportunità inesistenti per sottrarre dati sensibili o denaro. 
L’obiettivo, infatti, è quello di creare un’aspettativa nella vittima, soprattutto se è attivamente impegnata nella ricerca di lavoro.

Il 2025 ha visto un incremento allarmante delle truffe telefoniche in Italia, con una particolare incidenza di questo tipo di frode.
Ma come funziona? La truffa del curriculum si articola in diverse fasi. La prima fase avviene appunto tramite contatto telefonico. Ovviamente, da un numero italiano sconosciuto.

L’invito a proseguire la conversazione su WhatsApp

L’uso di numeri italiani e di messaggi preregistrati conferisce una parvenza di legittimità alla truffa, e permette ai truffatori di raggiungere un vasto numero di potenziali vittime.
Successivamente al primo messaggio preregistrato, la vittima viene invitata a proseguire la conversazione su WhatsApp.

Questo passaggio strategico consente ai truffatori di inviare link, documenti e interagire in modo più continuativo in un ambiente meno formale e controllato. La telefonata iniziale funge quindi da filtro, identificando individui più vulnerabili e permettendo poi un approccio più mirato via chat.
I truffatori, presentandosi come rappresentanti di agenzie per il lavoro o aziende, utilizzano un linguaggio cortese e professionale per guadagnare fiducia. In alcuni casi, creano un senso di urgenza e spingendo la vittima a decisioni affrettate. 

Compilare moduli online su finte pagine di candidatura

L’efficacia della truffa risiede nella capacità di sfruttare la speranza di trovare lavoro, rendendo le persone meno caute.
Una volta stabilito il contatto su WhatsApp, i truffatori possono richiedere la compilazione di moduli online con dati sensibili, inviare link a finte pagine di candidatura per rubare credenziali, o proporre ‘lavori online’ che si rivelano schemi di investimento fraudolenti.

In alcuni casi, il clic su link inviati può portare al download di malware, con le vittime che rischiano accessi non autorizzati al conto corrente, perdita di fondi o compromissione dei dispositivi.
Ma, come sempre, per proteggersi è cruciale riconoscere i segnali di allarme.

Mai fornire dati personali senza verificare l’affidabilità dell’interlocutore

Ricevere una chiamata inaspettata riguardo al curriculum, soprattutto se non si è attivamente alla ricerca di lavoro, è un campanello d’allarme.
Pressioni per fornire dati personali, cliccare su link sospetti, comunicazioni da numeri sconosciuti o con prefissi esteri, promesse di guadagni facili e la richiesta di proseguire la conversazione su WhatsApp sono tutti indicatori di potenziale frode.

Le precauzioni da prendere per non cadere in trappola, riporta Adnkronos, sono anzitutto non rispondere a telefonate sospette e bloccare i numeri, non fornire dati personali o bancari a sconosciuti al telefono, verificare l’affidabilità dell’interlocutore (magari contattando l’ente presunto tramite canali ufficiali), non cliccare su link o scaricare allegati da numeri sconosciuti, e segnalare tentativi di truffa alla Polizia Postale e alle associazioni di consumatori.

L’auto che vorrei: il rapporto degli italiani con le 4 ruote

L’importanza dell’auto nella vita quotidiana degli italiani è evidente. Lo è ancora di più se supportata dai dati: il 44% degli italiani ritiene infatti che rinunciare all’auto peggiorerebbe significativamente la propria qualità di vita. Anche per un altro 29% la peggiorerebbe, ma in misura minore.

È uno dei risultati emersi da ‘L’auto che vorrei’, il nuovo osservatorio di Ipsos in collaborazione con Fleet&Mobility (centro studi specializzato nell’analisi e nell’interpretazioni di dati e fenomeni del settore automotive), che ha l’obiettivo di offrire una panoramica sugli automobilisti italiani e sulle attuali dinamiche del settore automotive.
Di fatto, l’automobile si conferma uno strumento di indipendenza fondamentale, tanto che l’88% apprezza la libertà che il proprio veicolo garantisce, specialmente per i viaggi fuori città.

Irrinunciabile anche per muoversi in città

Lo studio indaga quali spese, non soltanto quelle collegate all’automobile, le famiglie italiane devono affrontare, e quale priorità viene assegnata all’auto. Inoltre, esamina anche l’impatto delle esperienze d’uso sulle decisioni di acquisto.

E i risultati rivelano che per l’82% degli automobilisti ‘usare l’auto è piacevole’, mentre il 77% del campione rappresentativo dei possessori di automobili afferma che utilizzare l’auto li fa sentire comodi e protetti, nonostante le problematiche legate al traffico e ai parcheggi.
In ambito urbano, il 47% dichiara di non utilizzare altri mezzi se non la propria auto e il 77% non considera l’opzione di rinunciare all’auto di proprietà per alternative più costose come il taxi. E  il 59% non gradirebbe ulteriori limitazioni all’uso della propria auto.

Una priorità di spesa ogni 9 anni

Il parco auto si rinnova con una media di 9 anni tra i cambi dei veicoli: gli intervistati guidano auto acquistate mediamente nel 2018, in sostituzione di veicoli del 2009. Inoltre, il 22% considera probabile l’acquisto di un’auto cinese in futuro. Cresce infatti l’interesse per motorizzazioni alternative (38%) e brand cinesi (22%).

Il noleggio a lungo termine risulta invece ancora poco diffuso, sia per il forte attaccamento alla proprietà dell’auto, sia per le perplessità riguardo la convenienza economica, anche se l’interesse (8%) per questa formula cresce lentamente.
Altre tendenze di mercato rivelano che per il 23% delle famiglie italiane l’auto resta una priorità di spesa, e per l’acquisto restano criteri fondamentali la reputazione del brand (82%) e la capillarità dell’assistenza (86%).

Un Osservatorio dedicato agli operatori del settore automotive

L’Osservatorio ‘L’auto che vorrei’ offre una panoramica ricca di insights per guidare le strategie degli operatori del settore automobilistico, proponendosi come una lente d’ingrandimento sugli automobilisti italiani. Lo studio analizza infatti la loro situazione economica e le principali spese previste, l’esperienza con l’auto attuale, la correlazione tra questi dati e le statistiche di mercato (nuovo, noleggio, usato).

Con tre edizioni annuali, ogni numero può includere anche un approfondimento su un tema di attualità. I sottoscrittori ricevono non solo il report completo, ma partecipano anche a una sessione online di condivisione dei risultati, favorendo una fruizione dinamica e ‘cross industry’.