Sanità tech: un progetto EU a guida italiana per creare strumenti di valutazione

La sanità europea del futuro sarà tech. Dalle app alle visite da remoto fino all’Intelligenza artificiale a scopo diagnostico, e più in generale, a supporto dei clinici nello scegliere le cure migliori per ogni paziente, la tecnologia è al servizio della sanità. E gli scienziati europei, sotto la guida di esperti dell’Università Cattolica di Roma, stanno lavorando per mettere a punto una piattaforma in grado di valutare oggettivamente efficacia e affidabilità delle tecnologie digitali in campo medico.

Si tratta del progetto di ricerca di Health Technology Assessment (HTA) applicato alle tecnologie sanitarie digitali (DHTs). Il primo quadro di valutazione della tecnologia digitale per la salute in Europa (EDiHTA) co-creato dai diversi attori coinvolti lungo la catena del valore. E finanziato con 8 milioni di euro nell’ambito del progetto Horizon.

Dalla telemedicina fino all’AI per migliorare qualità delle cure e contenere i costi

L’adozione di soluzioni di telemedicina, app per la salute e di strumenti basati sull’Intelligenza artificiale, può non solo migliorare la qualità delle cure, ma anche ridurre le disuguaglianze di accesso e contenere i costi.

Nel 2020 il COVID ha imposto un’accelerazione alla trasformazione digitale dei servizi sanitari.
In Italia, le cartelle cliniche elettroniche, i pagamenti online e le prescrizioni digitali sono state rapidamente implementate.

Il primo framework digitale di Health Technology Assessment

EDiHTA proporrà dunque il primo framework digitale di Health Technology Assessment, che sarà specificamente dedicato alle tecnologie digitali, per valutare la telemedicina, le app mediche, l’Intelligenza artificiale a diversi livelli geografici (nazionale, regionale e locale) e istituzionali, come le strutture ospedaliere. La piattaforma verrà testata negli ospedali europei.

L’obiettivo finale è quello di creare un sistema che aiuti a prendere decisioni mirate su quali tecnologie sanitarie digitali adottare. In particolare, su come integrare le tecnologie al meglio nel percorso clinico dei pazienti, e come utilizzarle in merito alle decisioni di politica sanitaria da adottare per la gestione degli ospedali.

Il consorzio di EDiHTA comprende 16 partner da 10 Paesi

Il progetto ha come centro coordinatore l’Università Cattolica e vede come Principal investigator Americo Cicchetti, attualmente Direttore generale alla Programmazione del Ministero della Salute, e come co-PI Dario Sacchini, Associato Medicina Legale all’Università Cattolica e Bioeticista.

Il consorzio di EDiHTA comprende 16 partner da 10 Paesi europei: Belgio, Danimarca, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svizzera.
Al progetto partecipano, tra gli altri, università, agenzie di HTA, ospedali, una associazione di pazienti, una ONG specializzata in HTA, l’European Patients’ Forum e l’European Health Management Association.

La sfida “zero spese”: ecco perchè è virale e perchè fa bene all’ambiente

Risparmiare, o addirittura non spendere affatto, è un obiettivo rilevante non solo quando le disponibilità economiche non ci sono… Ma è importante anche per ridurre il proprio impatto ambientale attraverso scelte di consumo oculate. Ecco la ratio che sta dietro la nuovissima tendenza battezzata #nospendchallenge.

Una sfida che si prefigge di rispondere alle crescenti crisi finanziarie di un mondo sempre più complesso. Il costo della vita, anche in contesti economicamente agiati, è diventato un problema, tanto da spingere molte persone ad adottare uno stile di vita più parsimonioso. 

Nulla che non sia essenziale

La no spend challenge, ovvero il proposito di non acquistare nulla che non sia strettamente necessario per un determinato periodo, può essere una strategia efficace. La sfida, che può durare da una settimana a un anno, non comprende ovviamente le spese obbligate come mutuo, bollette, cibo, medicinali e acquisti alimentari.

Gli esperti suggeriscono di identificare in anticipo cosa è davvero essenziale e rinunciare al resto. Ad esempio, visto che ognuno di noi ne possiede già in quantità, si potrebbe evitare di acquistare libri, vestiti, junk food, cosmetici, device elettronici, servizi streaming e altro.

Il danno ambientale dietro lo shopping compulsivo

L’aspetto ambientale degli acquisti è uno dei motivi chiave del successo della sfida, riferisce Adnkronos. La sovraproduzione, alimentata dal fast fashion e da consumi eccessivi, ha innescato un impatto ambientale ormai fuori controllo. La Generazione Z, particolarmente sensibile ai problemi ecologici, è la più attiva nel partecipare alla sfida per agire direttamente contro la crisi ambientale.

Gli effetti dello shopping online

L’aumento del ricorso allo shopping online ha generato, soprattuto per imballi e politica di resi gratuiti, un surplus in fatto di costi ambientali. L’e-commerce, anche se produce meno emissioni di gas serra rispetto agli acquisti in negozio, comporta comunque impatti significativi.

La #nospendchallenge contribuisce a spezzare il circolo vizioso dell’acquisto compulsivo, promuovendo la consapevolezza delle reali necessità e stimolando la creatività. La sfida è vista come un modo per aderire a uno stile di vita anti-consumista, contrastando il desiderio impulsivo alimentato dalla ricerca di una gratificazione istantanea.

Imparare a gestire il denaro

La sfida ha anche implicazioni positive sulla gestione del denaro, soprattutto tra i giovani. Molti ragazzi della Generazione Z tendono a comprare ancor prima di riflettere,  senza una reale consapevolezza del valore dei soldi. In conclusione, la no spend challenge dimostra che è possibile vivere con meno, migliorando non solo l’ambiente ma anche il proprio budget e, presumibilmente, la salute mentale.

La sfida non è solo un esercizio di morigeratezza, ma un passo verso uno stile di vita più consapevole e sostenibile.

Lombardia, buone notizie sullo stato delle foreste: nel 2022 aumentano i boschi

Nel decennio 2009-2018 la superficie boscata nella regione Lombardia è aumentata complessivamente del 2,7%, mentre la realizzazione di nuovi boschi ha coperto una superficie di 176 ettari ogni anno.
Nel 2022 la superficie forestale in Lombardia è di 619.726 ettari e ricopre il 26% del territorio regionale. Un patrimonio in grado di assorbire ogni anno 3 tonnellate e mezzo di anidride carbonica, la principale responsabile del surriscaldamento globale.

È quanto emerge dall’ultimo rapporto ERSAF dello Stato delle foreste lombarde nel 2022. L’andamento della superficie bosco è in continua espansione, ma con una presenza sbilanciata tra pianura, collina e montagna, e forti disparità di copertura tra superfici provinciali.

La provincia di Brescia vanta la superfice boscata maggiore

Più nel dettaglio, la provincia con la maggiore superficie boscata è Brescia, con 171.469 ettari, mentre Como e Lecco sono quelle con il tasso di boscosità più alto.
Nelle foreste lombarde sono presenti ben 17 specie, a dimostrazione della grande biodiversità del territorio, e gli alberi più rappresentati sono castagni (11,3%), abeti rossi (11,1%), carpini neri (10,8%) e faggi (10,4%).

I Piani di Indirizzo Forestale (PIF) gestiscono il 73% della superficie boscata regionale, che corrisponde a 455 mila ettari. Nel 2020 sono stati approvati tre nuovi PIF, mentre sei sono i nuovi Piani di assestamento forestale (PAF) che hanno portato il totale dei PAF a 88.
Per il triennio 2021-2023 Regione Lombardia ha messo a disposizione delle Comunità Montane uno stanziamento complessivo di 13 milioni e mezzo di euro (4 milioni e mezzo di euro l’anno) a sostegno del sistema agricolo e forestale.

Anche il bosco può cambiare “destinazione d’uso”

Nel 2022 sono stati collaudati 88,62 ettari di nuovi boschi, il dato più alto dal 2015. Sempre nel 2022 gli Enti forestali hanno autorizzato 610 richieste di trasformazione del bosco per 108,97 ettari, mentre per quanto riguarda le nuove destinazioni d’uso del bosco, quella prevalente è l’utilizzo a fini agricoli, che rappresenta il 21,3% (16,17 ettari) della superficie complessivamente richiesta.

La normativa nazionale e regionale stabilisce che chi viene autorizzato a ‘trasformare’ un bosco per cambiarne la destinazione d’uso, deve realizzare interventi compensativi attraverso la creazione di nuovi boschi o il miglioramento di quelli esistenti. 

Nel 2022 più incendi, ma la superficie colpita è la minore del decennio

A fronte di questi numeri, gli incendi registrati nel 2022 sono stati in numero decisamente superiore alla media regionale dell’ultimo decennio, complice l’andamento meteorologico particolarmente siccitoso.

La superficie media per evento, pari a 3,5 ha/incendio, è però decisamente al di sotto di quella del decennio. Quanto all’emergenza legata all’infestazione epidemica da bostrico, che colpisce l’abete rosso, prosegue nel 2022 e purtroppo risulta intensificata. Nelle valli con elevazione orografica inferiore, come la Valsabbia e la Valtrompia, la permanenza dell’abete rosso in purezza è da considerare ormai compromessa.

Lavoro: il 2024 si apre all’insegna del cambiamento per il 61% degli italiani

Nell’anno in corso circa 6 italiani su 10 (61%) stanno valutando nuove sfide professionali. La principale motivazione? Sicuramente, la possibilità di un aumento di retribuzione (34%), seguita dalla ricerca di una migliore work-life balance, importante per il 23% dei professionisti nel nostro Paese.

È quanto emerge da un’indagine condotta su scala internazionale da Linkedin. In Italia, sono le donne a farsi da protagoniste della tendenza a esplorare nuove opportunità professionali, con il 66% delle intervistate (56% uomini) che dichiara di valutare o cercando attivamente una nuova posizione.
Ma più della metà (51%) dichiara di trovare frustrante l’attività di ricerca di un nuovo lavoro. Tra le donne, il senso di disagio è più alto (56%) rispetto agli uomini (46%).

Per i Millennials il reskilling è fondamentale

In questo scenario, la competizione tra professionisti si fa sempre più alta e la capacità di valutare correttamente e ampliare le proprie skill diventa fondamentale. Il 35% delle intervistate però non sa come allineare le proprie competenze con quelle richieste per accedere a nuove opportunità professionali, contro il 47% che si sente sicura.

In generale, lavoratori e lavoratrici in Italia sembrano consapevoli dell’importanza delle competenze. Il 74% degli italiani, infatti, considera il re-skilling necessario, percentuale che sale all’80% tra i Millennials.
Le skill ritenute più importanti sono capacità di problem solving (31%), abilità nel comunicare (30%) e conoscenza di una o più lingue straniere (23%).

Si diffonde un certo spirito di imprenditorialità

Se il 55% dichiara di volersi nuovamente concentrare sul proprio percorso di crescita professionale, il dato sale al 58% tra i Millennials, al 56% tra GenZ e GenX per poi abbassarsi al 48% tra i Boomers.
L’attenzione è alta anche per quanto riguarda i metodi di ricerca: il 43% (48% Millennials) ha cambiato strategia per stare al passo con i cambiamenti nel mondo del lavoro. Tuttavia, il 43% dei professionisti afferma di ottenere raramente un feedback da parte delle aziende.

Sembra poi essere diffuso un certo spirito di imprenditorialità: il 56% sta valutando la possibilità di mettersi in proprio, rimanendo nel proprio settore (19%), cambiando campo (15%), o trasformando la propria passione in un lavoro vero e proprio (22%).

Come trattenere i talenti?

Il 62% degli hiring manager ritiene che nel 2024 i datori di lavoro avranno maggiore capacità di negoziare con i candidati. Tuttavia, il 39% dei responsabili delle assunzioni prevede un aumento del tasso di turnover e il 55% sottolinea la difficoltà di trovare candidati qualificati.

Il 31% degli intervistati ritiene, infatti, che fornire programmi interni di apprendimento e sviluppo (L&D) centrati, ad esempio, sull’AI generativa sia fondamentale per trattenere i talenti più qualificati.
Più nel dettaglio, riporta Adnkronos, secondo il 71% degli intervistati i dipendenti della GenZ hanno bisogno di ulteriore supporto per sviluppare le soft skills (come comunicazione, collaborazione, negoziazione), nonostante per il 76%8 degli hiring manager siano i più aperti all’adozione di nuove tecnologie, come l’AI.

Meglio lasciare il condizionatore acceso o spento quando non si è in casa?

Quando l’estate arriva, con essa iniziamo ad avvertire la necessità di rinfrescare la temperatura all’interno delle mura di casa.

Da questo punto di vista il climatizzatore è un dispositivo ormai indispensabile per tante persone, al punto tale da essere utilizzato anche giorno e notte nelle giornate più afose.

A tal proposito, grazie anche alla possibilità di controllo da remoto, tante persone hanno preso l’abiutidine di lasciare accesa l’aria condizionata anche quando non sono in casa, mentre altre sono tentate dal fare altrettanto.

Ecco perché è importante capire quando è meglio lasciare il climatizzatore acceso e quando è meglio spegnerlo, e di seguito offriremo alcuni consigli utili per aiutare nella scelta.

Condizionatore acceso o spento in tua assenza? I fattori da considerare

Ecco alcuni fattori da considerare quando devi decidere se lasciare il condizionatore acceso o spento quando non sei in casa:

  • La durata dell’assenza: Se sarai fuori casa per qualche ora, è meglio spegnere il condizionatore. In questo modo, risparmierai energia e denaro.
  • La temperatura esterna: Se fuori fa molto caldo, sarà possibile valutare l’idea di lasciare il condizionatore acceso per evitare che la casa diventi troppo calda.
  • La presenza di animali domestici o piante: Se hai animali domestici o piante in casa, è meglio lasciare il condizionatore acceso ad una temperatura moderata. In questo modo, eviterai che gli animali si sentano male e che le piante si secchino.

I vantaggi dello spegnere il condizionatore

Spegnere il condizionatore quando non sei in casa ti permette sicuramente di risparmiare energia e dunque denaro. In particolare, secondo uno studio dell’Università del Colorado, spegnendo il condizionatore per almeno otto ore consecutive si può arrivare a risparmiare fino all’11% in un anno.

Inoltre, spegnere il condizionatore quando non si è in casa aiuta a proteggere l’ambiente, aspetto questo da non sottovalutare. Infatti, l’utilizzo del condizionatore produce emissioni di gas serra che contribuiscono al riscaldamento globale, e tenendolo spento possiamo limitare questo fenomeno.

Certamente, bisogna valutare la temperatura esterna prima di prendere questa decisione. Se ad esempio fuori ci sono 40 gradi o più, lasciare il condizionatore acceso durante una nostra breve assenza potrebbe essere raccomandabile.

I vantaggi di lasciare il condizionatore acceso

Lasciare il condizionatore acceso quando non sei in casa può avere alcuni vantaggi, facilmente intuibili:

  • Evitare che la casa si riscaldi troppo: Se fuori fa molto caldo, lasciare il condizionatore acceso a una temperatura moderata può aiutare ad evitare che la casa si riscaldi troppo e che questo calore venga poi rilasciato pian piano quando sei in casa.
  • Mantenere l’umidità sotto controllo: Il condizionatore aiuta anche a mantenere l’umidità in casa sotto controllo, il che è importante dato che l’umidità eccessiva può causare problemi di salute. Una buona idea è dunque quella di sfruttare la funzione “deumidificatore” quando non sei in casa.

La modalità “Eco”

La modalità “Eco” è una funzione presente su molti condizionatori, soprattutto quelli più moderni, che permette di risparmiare energia. Con questa modalità, il condizionatore funziona a una temperatura leggermente più alta e a una velocità del ventilatore più bassa.

Se hai la possibilità di utilizzare la modalità “Eco”, questa potrebbe essere un buon compromesso tra risparmio energetico e comfort.

Il termostato intelligente

Un termostato intelligente può aiutarti a risparmiare energia e denaro anche quando non sei in casa. Questo tipo di termostato ti permette infatti di programmare l’accensione e lo spegnimento del condizionatore in base alle tue esigenze, o alle temperature rilevate tra le mura domestiche.

Ad esempio, puoi impostare il termostato in modo che si si accenda quando stai per tornare, oppure che entri automaticamente in funzione quando la temperatura o il livello di umidità superano un certo limite.

Se hai un sistema di climatizzazione canalizzata, grazie ad un termostato intelligente al tuo rientro non troverai fresca soltanto una stanza ma l’intero appartamento.

In breve

La decisione di lasciare il condizionatore acceso o spento quando non sei in casa dipende da diversi fattori, tra tutti la durata della tua assenza e la temperatura esterna.

Ad ogni modo, rientrare in casa e trovare una temperatura fresca è un qualcosa di davvero piacevole, per questo tante persone fanno già così.

Certamente, sfruttare la funzione deumidificatore o quella “Eco” quando non si è in casa potrebbe essere un buon compromesso tra consumi e comfort percepito.

Turismo estero: nel 2023 oltre 13,8 miliardi di spesa in bar e ristoranti 

Nel 2023 hanno visitato il nostro Paese oltre 65 milioni di stranieri, spendendo in media oltre 212 euro a persona in colazioni, pranzi, cene e aperitivi, per un totale di oltre 13,8 miliardi di euro. L’ammontare più alto dal 2019.

La spesa al bar e ristorante costituisce il 33% dei consumi complessivi dei viaggiatori stranieri in Italia, che nel 2023 dovrebbero aver toccato quota 42 miliardi di euro, +7,8% rispetto al 2022.
Emerge dai dati elaborati da Fiepet, l’associazione dei pubblici esercizi aderenti a Confesercenti, sulla base di elaborazioni su dati del CER e del Centro Studi Turistici di Firenze.

Le voci di spesa

La spesa dei turisti stranieri nei pubblici esercizi è la seconda voce in assoluto dei visitatori esteri in Italia. Subito dopo l’alloggio, che ne assorbe il 36%, per un totale di oltre 15,1 miliardi di euro.
Seguono i trasporti (11%, 4,6 miliardi), ma anche lo shopping nei nostri negozi, cui i turisti hanno destinato circa 4,2 miliardi (10%). Circa il 6%, poco più di 2,5 miliardi, è stato destinato invece ad attività ricreative e culturali, mentre quasi 1,7 miliardi sono stati assorbiti per altre attività e servizi.

In generale, a consumare di più, per un totale complessivo di 6,8 miliardi di euro, sono i turisti tedeschi. Al secondo posto i visitatori in arrivo dagli USA (5,2 miliardi), seguiti da Regno Unito (3,8 miliardi), Francia (3,6 miliardi), Austria (2,1 miliardi), Spagna (1,8 miliardi) e Svizzera (1,6 miliardi).

Un euro su tre speso in un pubblico esercizio

Seguono i viaggiatori del Canada (1 miliardo) e del Giappone (550 milioni), mentre la spesa dei Russi si ferma a 210 milioni. I restanti 15,34 miliardi di euro, invece, arrivano dai viaggiatori degli altri Paesi.

“I viaggiatori stranieri spendono un euro su tre in un pubblico esercizio – commenta Giancarlo Banchieri, Presidente Fiepet Confesercenti -. Una preferenza che ha permesso, nelle mete turistiche, di compensare in parte il rallentamento della domanda italiana e l’aumento dei costi di attività. E che conferma il ruolo fondamentale che i nostri bar, ristoranti, pizzerie e pub svolgono nel nostro turismo”.

Una rete di oltre 340mila imprese 

“Il sistema dei pubblici esercizi italiani ha caratteristiche uniche al mondo. A partire dalla numerosità, oltre 340mila imprese, dovuta alla scarsa penetrazione delle grandi catene e dalla prevalenza di locali indipendenti e a gestione familiare. Realtà spesso legate alla cucina tradizionale locale, che generano una varietà di offerta sul territorio unica, che rende l’Italia tra le mete più ambite per i viaggi ‘a scopo enogastronomico’ di foodie e turisti amanti della buona cucina – aggiunge Banchieri -. Anche grazie all’aumento di dehors e tavoli all’aperto: un ampliamento avvenuto per ragioni di sicurezza pubblica con la pandemia, ma che è diventato una delle modalità di consumo più gradite”. 

Prestiti: un 2023 cauto, ma finanziamenti personali +19%

Emerge dai dati EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF: il 2023 per il mercato dei prestiti è stato l’anno della cautela, segnato da una dinamica altalenante. Se i primi cinque mesi dell’anno sono risultati in crescita i mesi successivi sono stati caratterizzati da una frenata più o meno marcata.
Quanto al dato complessivo, malgrado tali discontinuità le richieste si sono mantenute nel complesso stabili, con una crescita del +0,4% rispetto al 2022.

Le forme tecniche della domanda di credito che hanno risentito maggiormente dell’andamento a singhiozzo sono state le richieste dei finanziamenti finalizzati, in calo del -10,4%, mentre ha tenuto il comparto dei prestiti personali, che ha segnato un +18,9%.

Dopo 3 anni torna a salire l’importo medio, ma rate più diluite

L’importo medio dei finanziamenti richiesti, dopo 3 anni negativi, ritorna a crescere del +4,0% e un valore di 8.427 euro.
La dinamica positiva coinvolge i prestiti finalizzati, con un valore pari a 5.862 euro (+2,5% rispetto al 2022), mentre i prestiti personali scendono a 11.759 euro (-3,8% vs 2022).

Entrando nel dettaglio della distribuzione dei prestiti per fascia di importo, il dato cumulato mostra come un italiano su due richieda importi inferiori a 5.000 euro (54,4% del totale), seguiti dagli scaglioni 10.000-20.000 euro (17,3%) e 5.000-10.000 euro (16,4%).
La domanda, seppur in prevalenza di piccoli importi, viene dilazionata su un arco temporale comunque superiore ai 5 anni per il 27,3% degli italiani.

Prestiti personali: durata superiore a cinque anni per il 50,2% 

La dinamica prudente delle famiglie italiane si rispecchia anche nello spaccato delle due forme tecniche considerate.
Il 76,3% delle richieste di prestiti finalizzati ha un’estinzione del debito entro 3 anni, mentre i prestiti personali, che spesso rappresentano un impegno particolarmente gravoso per le famiglie, tendono a concentrarsi nella fascia di durata superiore a cinque anni (50,2%).

Quanto alla distribuzione delle richieste di prestiti (aggregato personali e finalizzati) in relazione all’età del richiedente, il Barometro CRIF evidenzia come nel 2023 la fascia compresa tra 25 e 54 anni sia stata quella maggioritaria, con una quota pari al 63,4% del totale.

Offerta: nel 2024 permane la cautela

Se le famiglie hanno ridimensionato i progetti di spesa, dal punto di vista dell’offerta si è assistito a “una maggiore attenzione sui criteri di accesso al credito per via dell’incertezza generata dal contesto geopolitico, dall’inflazione e dall’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Le previsioni dell’anno da poco iniziato mostrano che l’espansione delle consistenze di credito sarà inferiore rispetto alle performance del biennio 2021-2022, anche perché la maggiore rischiosità attesa manterrà caute le politiche di offerta. In questa direzione vanno le raccomandazioni degli organi di vigilanza che sollecitano gli operatori a mantenere alta l’attenzione sulla domanda di credito”.

Dispositivi connessi, quanto “entrano” nella vita dei consumatori?

I dispositivi connessi stanno rapidamente diventando una parte essenziale nella vita quotidiana dei consumatori. Lo evidenzia il recente rapporto del Capgemini Research Institute intitolato “Connected products: Enhancing consumers’ lives with technology”. Questo studio rivela interessanti prospettive sull’adozione e le preferenze dei consumatori in relazione ai dispositivi connessi, nonché sulle loro crescenti aspettative riguardo a sostenibilità e protezione dei dati.

Tendenze e preferenze: cosa accadrà nel prossimo futuro?

La ricerca svela che oltre un terzo degli intervistati ha l’intenzione, nel corso del prossimo anno, di acquistare un numero maggiore di dispositivi connessi. In particolare, piacciono quelli dedicati al monitoraggio della salute e alla sicurezza domestica. I consumatori, però, richiedono un maggiore impegno da parte dei venditori nella gestione sostenibile dei rifiuti elettronici e nella sicurezza dei dati. In merito al percepito, il 67% dei consumatori ritiene che i dispositivi connessi siano una necessità, mentre il 41% li considera strumenti utili per risparmiare tempo e semplificare le attività quotidiane. Queste risposte confermano l’importanza crescente che tali dispositivi hanno assunto nella vita delle persone.

Intrattenimento, sicurezza, wearable e…

Quali sono però i dispositivi connessi più gettonati oggi e domani? Quattro consumatori su cinque possiedono dispositivi di intrattenimento connessi, come Smart TV e console di gioco. E’ in costante aumento anche l’appeal dei veicoli connessi, con il 60% dei consumatori che già li possiede. Le preferenze variano da paese a paese, con la percentuale più alta negli Stati Uniti (77%) e la più bassa in Canada (38%).
Le categorie di prodotto più ambite per gli acquisti futuri si riferiscono alla sicurezza domestica smart e all’assistenza sanitaria intelligente, evidenziando una crescente attenzione per la sicurezza personale e il benessere.

Infine, è in aumento l’uso degli assistenti vocali, con l’85% dei consumatori globali che ne fa uso per la navigazione web o la ricerca di prodotti. E’ evidente la tendenza verso dispositivi indossabili, come orologi e apparecchi per il monitoraggio della salute, con il 29% dei consumatori che prevede di acquistarli nei prossimi 12 mesi.

Aspetti critici: interoperabilità, privacy dei dati e sostenibilità

L’interoperabilità e la facilità d’uso sono elencati fra le priorità per le aziende produttrici, poiché il 65% dei consumatori desidera una singola interfaccia per gestire tutti i dispositivi connessi. Cresce anche la consapevolezza ambientale, con il 68% degli intervistati preoccupato per lo smaltimento dei prodotti elettronici e l’impronta di carbonio. Solo il 36% degli intervistati si dichiara soddisfatto della privacy offerta dai dispositivi connessi, anche se c’è una certa preoccupazione per l’accesso ai dati sanitari attraverso i dispositivi indossabili.

Sostenibilità: gli italiani vorrebbero informazioni green sui prodotti

Gli italiani diventano sempre più sostenibili nelle scelte di acquisto, ma vorrebbero anche essere facilitati dalle aziende produttrici quando vanno a fare la spesa.
L’84% dei nostri connazionali gradirebbe infatti trovare le informazioni green in etichetta su tutti i prodotti. Il 92% cerca le informazioni ambientali in etichetta, e il 35% lo fa spesso o molto spesso.

È quanto emerge da un’indagine realizzata da Altroconsumo e promossa dal Beuc, l’organizzazione dei consumatori europei di cui è parte.
L’indagine si basa su interviste a 1.028 cittadini italiani sul tema del ‘greenwashing’ di loghi e slogan. E l’86% degli intervistati dichiara di essere influenzato nei propri acquisti dalle dichiarazioni che trova in etichetta. In particolare, il 58% afferma di esserlo in parte e il 28% molto.

I consumatori non si fidano dei loghi

L’84% pensa che tutti i prodotti dovrebbero indicare qual è il loro impatto ambientale, e il 59% preferisce acquistare un prodotto con un’etichetta ambientale rispetto a uno senza. 

“I consumatori non si fidano molto, però, dei loghi che trovano in etichetta, anche perché non sempre sanno cosa significano e se sono attendibili – osserva Altroconsumo -. Spesso si tratta infatti di certificazioni volontarie, ma a volte sono semplici autodichiarazioni non controllate da enti terzi”.

Il 42% degli intervistati ritiene infatti che le dichiarazioni ambientali non riflettano il reale impatto dei prodotti, mentre il 23% dichiara di aver avuto l’impressione di greenwashing nel leggerle.

Dal brand che mente non si compra più 

In generale, dall’indagine emerge la necessità di maggiore chiarezza e semplificazione, come dichiara il 49% degli intervistati. E il 48% smetterebbe di comprare da un brand se si rendesse conto che questo mostra informazioni false o non verificate sulla sostenibilità, mentre il 31% si sentirebbe manipolato.

“I consumatori domandano informazioni ambientali affidabili per passare a uno stile di vita più sostenibile, ma non deve essere un loro compito distinguere le dichiarazioni affidabili da quelle ingannevoli – dichiara Federico Cavallo, responsabile Relazioni Esterne di Altroconsumo -. Le nuove regole in preparazione con la direttiva ‘green claim’ sono un passo in avanti importante e decisamente benvenuto”.

In attesa della direttiva UE sulle indicazioni verdi

“Auspichiamo, quindi, che la UE adotti presto la Direttiva sulle indicazioni verdi, introducendo una solida pre-approvazione dei loghi ambientali che lasci al contempo spazio sufficiente per l’esistenza di etichette indipendenti affidabili – aggiunge Cavallo -: i programmi di test e le iniziative di valutazione delle performance complessive dei prodotti, incluse quelle ambientali, promosse dalle associazioni di consumatori hanno permesso al mercato di evolvere positivamente, garantendo più competitività tra i produttori e una migliore scelta informata dei consumatori. Sono strumenti la cui efficacia e disponibilità va preservata e continuata nel tempo”.

Un grande passo verso la sostenibilità: l’aeroporto di Torino-Caselle ed il suo impianto fotovoltaico

L’Aeroporto di Torino-Caselle, in linea con la sua nota “visione” in tema di sostenibilità ambientale, ha compiuto un significativo passo avanti nel percorso verso la decarbonizzazione.

Questo importante traguardo è stato raggiunto grazie alla recente installazione del più grande impianto fotovoltaico su tetto mai realizzato in un aeroporto italiano.

Composto da 3.651 moduli, distribuiti su una superficie complessiva di 6.454 metri quadri, questo nuovo impianto è destinato a diventare un punto di riferimento nel panorama dell’energia rinnovabile nel settore aeroportuale nazionale ed internazionale.

Una fonte energetica innovativa e sostenibile

L’impianto fotovoltaico appena installato presso lo scalo torinese sarà in grado di produrre, a regime massimo, 1.585 MWh di energia elettrica all’anno.

Questa quantità rappresenta il 12% del fabbisogno annuale complessivo dell’aeroporto, contribuendo significativamente alla riduzione dell’impatto ambientale.

I pannelli solari sono stati posizionati sulla copertura del terminal passeggeri, sull’edificio dedicato al BHS-Baggage Handling System e su un’altra struttura nell’area tecnica, dimostrando l’impegno ad utilizzare ogni spazio disponibile per generare energia pulita e sostenibile.

Riduzione delle emissioni e impatto ambientale

Grazie all’energia prodotta da questo impianto fotovoltaico, l’aeroporto di Torino-Caselle prevede di evitare l’emissione di circa 406 tonnellate di CO2 all’anno.

Questa cifra corrisponde all’assorbimento di anidride carbonica di 13.552 alberi, contribuendo significativamente alla lotta contro il cambiamento climatico e confermando quello che è l’impegno dell’aeroporto verso una gestione più sostenibile delle risorse energetiche.

Efficienza e lunga durata dei moduli fotovoltaici

La durabilità e l’efficienza degli impianti fotovoltaici sono elementi cruciali per garantire una produzione costante di energia ed una buona durata nel tempo.

I moduli fotovoltaici installati presso l’aeroporto di Torino, fanno sapere dallo scalo, sono progettati per resistere fino a 40 anni, e vantano un’elevata efficienza in fatto di prestazioni.

Questi moduli, tra i più efficienti disponibili sul mercato, promettono di mantenere nel tempo una produzione di energia fino al 60% in più rispetto ai modelli convenzionali, garantendo anche una buona resistenza meccanica agli agenti atmosferici ed evitando qualsiasi tipo di fenomeni di abbagliamento, argomento questo da considerare certamente dato che parliamo di un aeroporto.

Un investimento per un futuro sostenibile

Il progetto, del valore di 2 milioni di euro, è un investimento significativo che testimonia l’impegno non solo dell’Aeroporto di Torino-Caselle verso la sostenibilità e l’innovazione tecnologica, ma dell’intera regione Piemonte.

Questa iniziativa, parte integrante del piano industriale dell’aeroporto, si inserisce in un quadro più ampio di azioni volte a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, sottolineando l’eccellenza dell’aeroporto torinese nel panorama della sostenibilità ambientale.

Cresce il numero di nuovi impianti fotovoltaici anche a Torino città

La città di Torino sta vivendo un’impennata nell’installazione di impianti fotovoltaici, non solo in aeroporto ma anche in ambito urbano. Residenze, edifici commerciali e aziende stanno sempre più adottando soluzioni energetiche eco-sostenibili, ed i pannelli fotovoltaici sono spesso la prima scelta.

Il capoluogo piemontese conferma dunque la sua grande attenzione verso le energie rinnovabili, con una crescente adozione di tecnologie che sono in grado di ridurre l’impatto ambientale e promuovono un modello energetico più sostenibile.

Iniziative e politiche a sostegno delle energie rinnovabili del Comune di Torino stanno facilitando questa transizione, incoraggiando una maggiore consapevolezza sull’importanza delle fonti energetiche pulite e rinnovabili.

Questa crescita continua degli impianti fotovoltaici Torino non solo migliora l’autosufficienza energetica, ma dimostra anche l’impegno attivo della comunità verso una città più verde e sostenibile.

Torino-Caselle farà da apripista ad altri aeroporti?

La recente installazione di questo grande impianto fotovoltaico rappresenta un passo significativo verso un futuro più sostenibile per l’Aeroporto di Torino-Caselle.

Questa iniziativa non solo ridurrà l’impatto ambientale dell’aeroporto, ma servirà da esempio positivo nel settore dell’aviazione, dimostrando che il cambiamento è possibile e che l’adozione di tecnologie energetiche innovative è cruciale per un ambiente più pulito e un futuro migliore per tutti.