e-commerce: nel I semestre 2025 oltre 393 milioni di spedizioni B2C 

Lo conferma il Netcomm Delivery Index, il report di Netcomm in collaborazione con  Poste Italiane: nei primi sei mesi del 2025 l’e-commerce italiano B2C genera un incremento dell’8% nel volume totale delle spedizioni, arrivate a 393,4 milioni. Nel 2024 erano a quota 363,5 milioni.
Questo incremento va letto anche alla luce di un maggior flusso di acquisti dall’estero di prodotti a basso prezzo, che determinano un aumento dei colli spediti sebbene con valori medi d’ordine contenuti.

Quanto alla distribuzione geografica, Centro e Nord Ovest vedono la loro quota diminuire, mentre Nord Est, Sud e Isole registrano un aumento. Tale mutamento nel peso delle spedizioni nelle diverse aree del Paese, potrebbe indicare una ridistribuzione dei centri di consumo. O l’emergere di nuove dinamiche logistiche regionali.

Merchant: i Top 15 gestiscono il 73,7% dei volumi

Il panorama dei merchant parla chiaro: pochi giganti continuano a polarizzare una quota sostanziale del mercato. Nei primi sei mesi del 2025 i Top 15 gestiscono congiuntamente il 73,7% dei volumi totali di spedizioni: Amazon si distingue per la performance più robusta, eBay, per il calo più significativo.

Spiccano le piattaforme che intercettano i nuovi trend di consumo, come Vinted per il second hand, Redcare per il settore salute/farmacia, e si affermano nuovi attori internazionali, come Temu.
Tra i merchant specializzati alcuni mantengono quote stabili (Zooplus, Notino, Aliexpress, Zalando), altri registrano variazioni marginali positive (Esselunga, MediaWorld, Unieuro) o negative (ArcaPlanet, La Feltrinelli).

Abbigliamento, Salute, Cosmetici le categorie più “spedite”

L’Abbigliamento si conferma incontrastato al primo posto tra le preferenze d’acquisto online degli italiani, con il 19,5% del volume totale delle spedizioni, seguito da Salute/benessere (11,3%), Libri, DVD, CD (8,4%), Cosmetici/profumeria (7,5%), Accessori per la casa (7,4%) ed Elettronica (6,8%).

A un livello di aggregazione maggiore, la macro-categoria Abbigliamento, sport e accessori domina, con il 23,6% delle spedizioni, seguita da Health&Beauty (18,8%) e Informatica/Elettronica di consumo (16,2%). Numeri che non solo rivelano le aree di maggiore attrattività per i consumatori, ma anche le opportunità di crescita per i merchant che operano in questi segmenti.

Metriche di acquisto e incidenza dei resi

Un aspetto cruciale del mercato online è la sua concentrazione. Più di 8 acquisti online di prodotti su 10 avvengono presso il sito web o l’app di uno dei 10 merchant più popolari. Questa percentuale tocca picchi elevatissimi in settori come Editoria (95,9%), Home (94,8%) e Informatica (90,3%), indicando una forte fidelizzazione.

Un’altra metrica fondamentale, con implicazioni economiche e ambientali significative, è l’incidenza dei resi.
Nel YTD 2025 la media complessiva dei resi è pari al 5,9%. Tuttavia, Arredamento/Home Living e Abbigliamento, sport e accessori presentano i tassi più elevati, sottolineando l’importanza di politiche chiare e soluzioni innovative per mitigare il fenomeno.

Catene di ristorazione: la pausa pranzo vale il 20% del mercato

Nel 2024 il mercato italiano del Food & Beverage fuori casa vale 101 miliardi di euro. Con 10 miliardi di euro a valore la ristorazione in catena vale circa il 10% di questo mercato.
In media, sul totale delle occasioni di consumo fuori casa, le catene si prendono il 20% della pausa pranzo e il 15% della cena, mentre c’è ancora molto spazio da colmare su aperitivo e prima colazione.

Questi dati (elaborati da TradeLab) sono emersi durante Aigrim Day 2025, il forum annuale della ristorazione in catena organizzato da AIGRIM-FIPE, associazione parte di FIPE-Confcommercio.

Convenienza e GenZ i fattori chiave

“La ristorazione in catena si conferma un settore in forte espansione – dichiara Riccardo Orlandi, Presidente di AIGRIM-FIPE -, come testimoniano il +17% di punti vendita e il +10% di occupati registrati in meno di due anni”.
Nonostante un generale rallentamento dei consumi, le catene crescono e viaggiano a ritmi superiori rispetto agli ‘indipendenti’, con un aumento delle visite (+1,3%) e del valore (+5,4%) nel periodo settembre 2024-agosto 2025.

Rispetto ai bacini demografici, poi, le catene riescono a intercettare più giovani. GenZ e Millennial rappresentano quasi la metà (49%) dei clienti delle catene, attratti principalmente dalla convenienza (57%).
Hanno ancora poco peso, invece, altri fattori, su cui le catene devono investire per migliorare. Ad esempio, il richiamo di app e programmi loyalty, come motivo per cui si sceglie la catena, viene indicato solo dal 15% dei giovani.

Ruolo strategico nei centri commerciali

Anche per quanto riguarda il servizio solo il 17% dei giovani cita la velocità come elemento distintivo. Una caratteristica, che in parte rappresenta ancora un limite, è rappresentata anche dall’eccessiva frammentazione del mercato.

Quanto al ruolo delle catene food all’interno dei centri commerciali, la ripresa dell’industria di questo settore, già evidente nel 2023, si è consolidata nel 2024 (+0,7%), con la ristorazione che si attesta come un vero e proprio motore di crescita, raggiungendo un volume d’affari di 5,7 miliardi di euro.
Dopo il picco del 2023, l’aumento di fatturato dei centri commerciali si sta stabilizzando, con una performance di H1 25 stabile rispetto all’anno precedente, mentre il fatturato della ristorazione nei centri commerciali continua ad avere una crescita positiva (+1% YoY H1 24 – H1 25).

Formazione e reclutamento non sono in secondo piano

Il dato più significativo riguarda però i consumi. Rispetto al 2022 il ticket medio è cresciuto notevolmente. In dettaglio, +14% per i Full Service Restaurant e +13% per i Quick Service Restaurant, a testimonianza di una forte capacità di attrazione e fidelizzazione del pubblico.

“In quest’ultimo anno – aggiunge Orlandi -, sono stati raggiunti traguardi importanti e stiamo lavorando a nuovi, innovativi progetti in ambito formazione e reclutamento”. Tra questi, un’iniziativa per contrastare la carenza di personale nel settore: un programma di immigrazione controllata che prevede la formazione in loco di una sessantina di lavoratori tunisini da inserire nelle aziende italiane associate ad AIGRIM-FIPE.

Televisione: anche nel mondo digitale continua a sorprendere e creare valore

Lo confermano i risultati di un’indagine sul presente e sul futuro della televisione in Italia realizzata da Human Highway per FCP: la televisione dimostra una straordinaria capacità di adattamento, anche nello scenario digitale in continua trasformazione.

Insomma, la TV è ancora capace di generare attenzione ed emozioni per gli spettatori. Grazie alla presenza di più schermi in casa (in media 4-5 per nucleo famigliare, secondo dati Auditel-Censis), ogni membro della famiglia può scegliere tra documentari, programmi tematici, sport o eventi live.
La ricerca, inoltre, mostra che la TV continua a creare valore per i brand. E la pubblicità televisiva, se ben integrata nel contesto editoriale, non è vissuta come un disturbo, ma può rafforzare il legame con i contenuti. 

In Italia la giornata inizia con l’informazione

La ricerca ha raccolto oltre 42.000 esperienze di visione in tre momenti chiave della giornata (mattina, durante i pasti e sera), su TV, app e piattaforme digitali. E per gli italiani la giornata inizia con l’informazione. Telegiornali e programmi di approfondimento, spesso condivisi con altre persone, diventano momenti di co-visione e discussione.

Anche la visione della TV durante i pasti mostra come restino centrali i contenuti informativi e giornalistici, scelti per chiarezza, serietà e capacità di stimolare riflessione.
Le ore serali invece rappresentano il momento del relax e dell’evasione, con film, serie TV e show.

La pubblicità non fa scappare gli spettatori

L’intrattenimento si conferma però la categoria in grado di riunire tutta la famiglia, con un indice di soddisfazione del +40%. Anche gli eventi sportivi e musicali dal vivo rappresentano momenti di forte aggregazione, generando picchi di coinvolgimento emotivo e sociale.

Un tema centrale per i brand è il rapporto tra pubblico e pubblicità televisiva. La ricerca sfata la convinzione che gli spot allontanino gli spettatori. Al contrario, tra il 70% e il 99% del pubblico rimane davanti allo schermo durante le interruzioni pubblicitarie. Nei film e nelle serie TV, quando il messaggio è percepito come mirato e rilevante, la permanenza sale fino al 95%.
Se il break è introdotto dai conduttori, poi, l’attenzione resta alta:. Tra l’80% e il 90% degli spettatori continua a seguire il programma senza abbandonare la visione.

Un mezzo efficace per i brand

Complessivamente, la ricerca evidenzia la resilienza della televisione e la sua efficacia come mezzo per i brand. La qualità editoriale può infatti aumentare il ricordo della pubblicità fino al 40%.

L’attenzione media si attesta intorno al 60%, con punte del 97% nei programmi di intrattenimento. E la soddisfazione dei contenuti, intesa come la capacità di mantenere la promessa emotiva per cui vengono scelti, supera il 50%, traducendosi in un tempo di fruizione significativo, da 1 a 2 ore al giorno per spettatore.

Consumi: l’Italia “single” conquista la spesa e supera 235 miliardi

Un boom trainato dai cambiamenti demografici e sociali sta modificando le abitudini di acquisto e l’offerta del retail. Nel 2024 gli acquisti delle famiglie composte da una sola persona hanno superato 235 miliardi di euro, pari al 26,2% della spesa complessiva degli italiani. Si tratta di 69 miliardi in più rispetto al 2012, quando il totale si fermava a 166 miliardi. 

A stimarlo è Confesercenti, sulla base di elaborazioni su dati Istat e un sondaggio condotto con IPSOS. L’approfondimento evidenzia come la crescita sia destinata a proseguire. secondo le proiezioni, entro il 2040 la spesa dei consumatori soli arriverà a toccare 287 miliardi di euro, il 30% del totale nazionale e il 72% in più rispetto al 2012.

Sempre più micro-famiglie

L’aumento della spesa dei consumatori è dovuto, principalmente, al cambiamento e al ‘ristringimento’ delle famiglie.
Tra il 2012 e il 2024 il numero complessivo di nuclei familiari è passato da 25,9 a 26,5 milioni, ma l’aumento è stato accompagnato da una ricomposizione delle tipologie. Le coppie senza figli e chi vive da solo sono ormai il 56,6% del totale e saranno il 61% nel 2040.

A trainare è l’aumento delle persone che vivono da sole. Nel 2012 i nuclei composti da un solo membro erano 7,6 milioni, il 29,4% del totale. Nel 2024 la quota è salita a 9,7 milioni, il 36,2%, e sfiorerà il 40% (10,7 milioni) già nel 2040.

Consumatori diversi

La spesa dei consumatori che vivono soli non è solo rilevante in termini quantitativi, ma anche diversa nelle abitudini rispetto a quella delle famiglie tradizionali. Chi vive da solo, infatti, mostra comportamenti di consumo più individualizzati e digitalizzati. I single mangiano più spesso fuori casa: il 27% pranza o cena fuori almeno due volte a settimana, contro il 21% delle famiglie, e ricorrono più al delivery, con il 13% che ordina cibo a domicilio o da asporto 2–3 volte a settimana. Più del doppio rispetto alle famiglie senza figli.

In generale, la loro spesa alimentare riflette una maggiore esigenza di praticità. Il 20% acquista abitualmente piatti pronti/semipronti, il doppio rispetto ai nuclei più numerosi, e l’11% preferisce confezioni monoporzione, contro appena il 3% del totale.

Più digitalizzati anche negli acquisti

Il 9% dei single fa la spesa alimentare online, tre volte la media nazionale (3%). Anche per abbigliamento, tecnologia e beni non alimentari l’e-commerce è più diffuso tra chi vive da solo (30%).
Diversa anche la distribuzione della spesa. I single destinano quote più alte a tecnologia (35% vs 30%) e connettività (60% vs 48%), mentre spendono meno della media in abbigliamento e cura della persona.

Sul fronte dei viaggi, invece, risultano più prudenti, con una spesa media annua ferma a 1.543 euro, decisamente inferiore ai 2.645 euro delle famiglie con figli.
Allo stesso tempo, il peso crescente dei consumatori soli sta ridisegnando l’offerta del retail: più formati ridotti, packaging dedicati, servizi di consegna e opzioni digitali.

Adolescenti: il 60% ha subito prese in giro e provocazioni

Lo rivela l’indagine “Affettività e stereotipi di genere. Come gli adolescenti vivono relazioni, genere e identità”, condotta da Webboh Lab per ActionAid, realizzata attraverso i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai: la pressione estetica esercitata dai social media ha un impatto fortissimo sulla vita di ragazze e ragazzi. Oltre 7 su 10 riconoscono come i corpi perfetti o ritoccati proposti online siano irreali, ciononostante, sempre 7 su 10 vogliono cambiare il proprio aspetto per apparire all’altezza di standard di bellezza irraggiungibili. E le ragazze sono bersaglio di aspettative più dei ragazzi.

Inoltre, quasi 6 adolescenti su 10 subiscono provocazioni legate a peso, altezza, colore della pelle, capelli. Otto su 10 criticano il proprio corpo e più del 50% modifica il modo di vestirsi per paura dei giudizi.

Tante forme di esclusione e pressione sociale

All’80% degli adolescenti viene detto costantemente quali sono le cose giuste da fare “per essere maschi e femmine”. Troppo spesso il porno diventa l’unica “scuola” per loro. 
Inoltre, oltre il 71% del campione ha assistito a situazioni di derisione, discriminazione per come ci si veste, esprime o si muove, o perché considerata “troppo femminile” o “troppo maschile”.

Allo stesso tempo. tra i più giovani cresce la consapevolezza critica verso i modelli di genere rigidi e giudicanti che vengono imposti anche online. Ma aspettative digitali e giudizio sociale si intrecciano rivelando come sia complesso lo spettro dell’esclusione e della violenza.

Cinque modi di vivere il presente

Dall’analisi di 17 caratteristiche su stereotipi di genere, pressione sociale, emozioni, media e cultura emergono 5 profili. I più numerosi sono gli Adolescenti anti-stereotipi e i Vigili Culturali (46%): pronti ad accogliere la parità di genere in modo attivo, critico, empatico. Più ampi ma silenziosi sono i Tradizionalisti Inconsapevoli (21%): aderiscono a ruoli predefiniti in modo apparentemente innocuo, ma riproducono stereotipi di genere della società patriarcale.

I Giustificazionisti (16%) giustificano la violenza come forma d’amore e colpevolizzando le vittime, a riprova di quanto il sessismo interiorizzato sia ancora presente anche tra i più giovani. I Progressisti Distorti (17%) dimostrano invece quanto la cultura digitale possa generare confusione: rifiutano gli stereotipi più visibili ma legittimano controllo, violenza e giudizio.

Educazione alla sessualità

Dalle risposte degli adolescenti riguardo i percorsi educativi su sesso e affettività emerge con forza la necessità di affrontare a scuola sessualità, affettività e relazioni anche come prevenzione della violenza (punteggio medio 8,25). 

Oltre la metà dei partecipanti al sondaggio dichiara di non sapere a chi rivolgersi nel caso di dubbi su sesso, pur riconoscendo l’utilità dei consultori. Ed è il porno a dare risposte per mancanza di alternative sicure. Ma circa 7 su 10 riconoscono che il porno influenza negativamente l’immaginario su relazioni e consenso, evidenziando la necessità di un’educazione come strumento di consapevolezza, non di censura.

Italia digitale: la trasformazione corre veloce

La trasformazione digitale non è più un orizzonte lontano: è già dentro le nostre vite quotidiane. Dallo smartphone che usiamo per pagare una bolletta, alle lezioni online, fino alle chat con amici e familiari.
L’Europa ha deciso di dare una direzione precisa a questo cambiamento con il Decennio Digitale 2030, un programma che punta a rendere la società più giusta e inclusiva, senza lasciare nessuno indietro.

L’Italia e la scommessa del PNRR

Anche il nostro Paese sta provando a raccogliere la sfida. Attraverso il PNRR si investe in reti veloci, 5G, digitalizzazione dei servizi pubblici e formazione. L’obiettivo è duplice: semplificare la vita dei cittadini e colmare le distanze tra chi è già connesso e chi rischia di restare escluso.
Nelle scuole, ad esempio, si cerca di introdurre percorsi che insegnino a usare il digitale in modo consapevole, preparando i ragazzi a un mondo sempre più tecnologico.

Generazioni diverse, tempi diversi

La velocità del digitale cambia anche il nostro rapporto con il tempo. Chi è cresciuto in un mondo analogico tende a ragionare in modo più lento e sequenziale. I giovani, invece, vivono in una dimensione continua, fatta di notifiche e stimoli che arrivano senza sosta.

Secondo Save the Children, oggi già il 30% dei bambini tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone ogni giorno: un segnale chiaro di quanto presto si entri in questa realtà.

Identità tra like e profili social

Oggi l’identità personale si costruisce anche, e forse soprattutto, online. I social network diventano una vetrina dove ognuno racconta se stesso. Ma questa esposizione continua porta a un “controllo” costante dell’immagine.

Come mostra il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes, molti giovani si sentono più liberi di esprimersi online, ma quasi la metà ammette che i social fanno perdere tempo e aumentano il senso di distanza dal mondo reale.

Il gap tra giovani e adulti

Il digitale mette in evidenza anche un divario generazionale. I dati Istat 2023 dicono che oltre il 93% dei giovani tra i 20 e i 34 anni usa Internet regolarmente, mentre tra gli over 65 la percentuale scende a poco più della metà.
Non è solo una questione tecnica: gli adulti cercano percorsi lineari, i ragazzi ragionano in modo reticolare, più rapido ma meno profondo.

Non basta essere connessi

Secondo il Digital 2024 Global Overview Report, l’87,7% degli italiani ha accesso a Internet, ma più di 7 milioni di persone restano escluse, soprattutto anziani e famiglie in difficoltà. Inoltre, la maggior parte del tempo online è dedicata all’intrattenimento, mentre solo il 18% degli utenti sfrutta la rete per studiare o partecipare alla vita pubblica.

Il vero traguardo non è quindi solo “essere connessi”, ma saper usare la tecnologia in modo critico e costruttivo. Una sfida che riguarda tutti, giovani e adulti, se vogliamo che il digitale diventi davvero un motore di crescita e non solo un passatempo.

Senior al lavoro: l’Italia fa i conti con l’invecchiamento dell’occupazione

Nel 2024 il mondo del lavoro italiano appare sempre più segnato dall’età: la media degli occupati ha raggiunto i 44,2 anni, oltre due in più rispetto al 2019. È l’effetto combinato di una riduzione della componente giovanile e dell’aumento dei lavoratori over 50, tra cui si contano oltre un milione di pensionati tornati attivi.

A rilevarlo è uno studio di Confesercenti su base INPS, Istat e camere di commercio.

Fenomeno generalizzato, ma più accentuato al Centro Italia

La distribuzione dell’età non è omogenea sul territorio: al Centro si registra il picco con una media di 44,6 anni, seguito dal Nord con 44,4. Il Sud, pur più giovane, non è esente da questo processo, con un’età media di 43,8 anni. Tra i fattori che influenzano questo andamento ci sono l’allungamento dei percorsi formativi, i requisiti più stringenti per il pensionamento e le dinamiche demografiche.

Il quadro è ulteriormente aggravato da un dato poco noto: l’età degli occupati cresce più velocemente di quella generale della popolazione, aumentata nello stesso periodo di appena due mesi.

Meno giovani, più senior (e pensionati al lavoro)

Negli ultimi vent’anni la composizione della forza lavoro è profondamente mutata. A fronte di 1,6 milioni di occupati in più, l’Italia ha perso oltre due milioni di lavoratori tra i 15 e i 34 anni e quasi un milione tra i 35 e i 49.

L’intero incremento è stato trainato dagli over 50, che sono cresciuti di circa 5 milioni. Tra loro, anche numerosi pensionati reimpiegati, in particolare liberi professionisti e autonomi, ma anche centinaia di migliaia di dipendenti.

Imprenditori sempre più avanti con gli anni

La tendenza riguarda anche chi fa impresa. Dal 2004 a oggi, l’età media degli imprenditori è salita da 51,1 a 51,9 anni. In Umbria si tocca la soglia dei 54 anni. Anche in Campania, Puglia e Calabria si registra un progressivo invecchiamento. In controtendenza, il Lazio, che mostra un leggero calo, e la Lombardia, dove gli imprenditori sono mediamente più giovani.

Giovani vittima di disuguaglianze?

Un altro nodo critico è la diffusione di contratti poco tutelanti: secondo Confesercenti, circa 800mila lavoratori – soprattutto nel commercio e nel turismo – sono inquadrati con contratti “pirata”, meno vantaggiosi di quelli collettivi e privi di garanzie fondamentali, come assistenza sanitaria o previdenza complementare.

Un piano d’azione per rilanciare il lavoro

Per invertire la rotta, secondo il presidente di Confesercenti Nico Gronchi, servono misure urgenti: sgravi per chi assume giovani, vantaggi fiscali per le imprese under 35 e un rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità. Solo così si potrà contrastare il progressivo invecchiamento del sistema produttivo e dare nuove prospettive alle generazioni future.

Estate 2025, perchè piace la vacanza in camper?

Come saranno le vacanze in questa estate 2025 appena iniziata? Sicuramente si conferma la voglia di partire, anche in modi più ‘originali? e all’insegna della libertà. A confermare l’entusiasmo per le vacanze on the road è l’ultima indagine condotta dal Salone del Camper di Parma, che ha raccolto le preferenze di oltre 46 mila appassionati attraverso un sondaggio diffuso lo scorso maggio.

I risultati offrono uno spaccato interessante su come cambiano le abitudini di viaggio per il 2025, con un focus sulle mete più ambite, la durata delle vacanze e i nuovi stili di turismo.

Viaggi più lunghi e voglia di libertà

In particolare, dalla ricerca spicca un dato su tutti: il 65% dei camperisti ha già pianificato le vacanze estive. Le mete italiane restano in cima alla lista delle preferenze, con il 46% degli intervistati che ha indicato le spiagge del Belpaese come destinazione del cuore. A seguire, i piccoli borghi e la natura (16%) e la montagna (14%).

In aumento anche la durata dei soggiorni, che spesso superano le due settimane e si distribuiscono su tutta l’estate, da giugno a settembre. Un trend che conferma la tendenza alla destagionalizzazione.

Famiglia, natura e sapori locali: l’estate autentica

Il camper continua a rappresentare il mezzo ideale per una vacanza in famiglia (58%) o in coppia (38%), con una crescente attenzione alla presenza degli animali domestici.

Le motivazioni di viaggio si fanno sempre più esperienziali: il 35% sceglie il relax, il 28% è attratto dalla gastronomia locale, mentre il 37% cerca esperienze autentiche lontane dal turismo di massa. Il contatto con la natura e la libertà di movimento restano valori centrali.

Mare protagonista, ma borghi e Nord Europa piacciono sempre di più

Secondo i dati pubblicati da Jfc Panorama Turismo, Jesolo guida la classifica delle località balneari più amate, seguita da Rimini, Riccione e Caorle. Sardegna, Emilia-Romagna e Puglia sono le regioni più desiderate.

In questo contesto, però, cresce anche l’interesse per i borghi italiani come Asolo, San Leo, Matera e Civita di Bagnoregio, nonché per le grandi rotte europee. Chi sogna i viaggi lunghi imposta il navigatore verso Nord Europa, Scandinavia e Capo Nord.

Outdoor e digital detox: cosa vogliono i nuovi viaggiatori

Il turismo outdoor conquista anche i più giovani, che cercano natura, silenzio e connessioni profonde. Secondo ScuolaZoo Slow Living, l’89% dei ragazzi desidera una pausa dallo stress e l’82% cerca esperienze senza social. Cammini, ciclopiste e slow tourism rappresentano l’evoluzione di un modo di viaggiare più consapevole.

Studi professionali: quasi 2 miliardi di investimenti in tecnologia 

Gli studi professionali italiani hanno investito nel 2024 quasi 2 miliardi di euro in strumenti digitali, con un incremento del 3,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, nonostante la crescita, la trasformazione digitale non è ancora percepita come una priorità.

Secondo i dati dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, il digitale occupa soltanto il nono posto tra gli obiettivi dei professionisti, ben dietro a esigenze come la qualità della vita e la flessibilità lavorativa.

Quanto investono e chi spende di più

A trainare gli investimenti sono soprattutto gli studi multidisciplinari, che necessitano di strumenti avanzati per integrare competenze e servizi: in media, investono 28.200 euro l’anno. Seguono consulenti del lavoro (14.300 euro), commercialisti (14.000) e avvocati (10.400).

Gli studi monodisciplinari spendono meno della metà rispetto ai multidisciplinari.

Ancora poco diffusi strumenti di AI e analytics

Oltre il 65% degli studi utilizza sistemi di videoconferenza, ma nessun’altra tecnologia supera il 50% di adozione. Strumenti evoluti come intelligenza artificiale e business intelligence sono ancora marginali: solo il 12-17% degli studi usa l’IA, mentre le soluzioni analitiche restano tra il 4% e il 10%.

La maggior parte degli studi adotta il digitale per adempiere a obblighi normativi o esigenze operative, più che per innovare il modello di business. I grandi studi multidisciplinari sono i più avanzati, mentre le micro realtà restano indietro.

Le vere priorità dei professionisti

In cima alle preoccupazioni non c’è la tecnologia, ma la complessità normativa: il 64% dei commercialisti e oltre metà di consulenti del lavoro e avvocati temono un aumento delle regole senza un ritorno economico adeguato.
L’equilibrio tra lavoro e vita personale è la priorità assoluta per il 75-80% degli intervistati.

Intelligenza artificiale: aumenta l’interesse 

Solo una minoranza di studi ha iniziato a utilizzare l’IA per generare documenti, analizzare dati o creare contenuti.
Cresce però l’interesse in merito: molti si stanno formando, e i grandi studi stanno iniziando a sviluppare progetti strutturati, spesso in collaborazione con consulenti esterni.

Serve un cambio di passo

Il mondo professionale italiano riconosce il potenziale del digitale, ma fatica a integrarlo in modo strategico.
La sfida ora è passare da un uso strumentale a uno trasformativo, cogliendo le opportunità offerte dalle tecnologie per evolvere, crescere e rispondere ai nuovi bisogni delle imprese.

Le aziende industriali europee affrontano le vulnerabilità solo quando necessario

Una solida strategia di cybersecurity da parte delle aziende presuppone un iniziale check completo degli asset aziendali. Questo consente ai leader di individuare le aree a più alto rischio.
Negli ambienti in cui i sistemi IT e OT convergono non è sufficiente un semplice monitoraggio completo degli asset. Le aziende devono adottare un metodo di valutazione del rischio allineato alle realtà operative.

In questo modo le aziende stabiliscono una chiara linea base degli asset e possono intraprendere una valutazione del rischio che tenga conto dei requisiti e delle potenziali conseguenze fisiche e informatiche causate dalle vulnerabilità.
Lo studio ‘Securing OT with Purpose-built Solutions’, condotto da Kaspersky in collaborazione con VDC Research, rileva però una tendenza preoccupante: un numero significativo di aziende non esegue regolari penetration test o valutazioni delle vulnerabilità.

Un approccio irregolare espone a minacce sempre più complesse

In area EMEA solo il 29% degli intervistati esegue queste valutazioni critiche mensilmente, mentre la maggioranza, ovvero il 48%, le esegue ogni due mesi circa.
È preoccupante poi che il 19,6% effettui queste valutazioni solo una o due volte l’anno e che il 4% risolva le vulnerabilità solo quando necessario. Questo approccio irregolare potrebbe esporre le aziende a minacce sempre più complesse.

Ogni software è vulnerabile a bug, codici poco sicuri e altri punti deboli che i malintenzionati possono sfruttare per compromettere gli ambienti IT.
Per le aziende industriali una gestione efficace delle patch è quindi fondamentale al fine di mitigare questi rischi.

Sfide alla gestione delle patch amplificate negli ambienti OT

Tuttavia, molte aziende si trovano a dover affrontare sfide rilevanti, spesso con difficoltà nell’assegnare il tempo necessario a sospendere le operazioni per gli aggiornamenti critici.
Molte aziende poi applicano patch ai sistemi OT solo con cadenza mensile o anche più lunga, aumentando in modo significativo l’esposizione al rischio.
In particolare, il 33,9% degli intervistati in EMEA applica le patch mensilmente, mentre il 45% ogni pochi mesi e il 17% una o due volte l’anno.

Le sfide relative alla gestione efficace delle patch vengono amplificate negli ambienti OT. Limitata visibilità dei dispositivi, scarsa disponibilità di patch da parte dei fornitori, requisiti di competenze specialistiche e conformità alle normative aggiungono ulteriori livelli di complessità per la cybersecurity.

La diffusione di dispositivi IoT amplia la superficie di attacco

La crescente convergenza dei sistemi IT e OT rende quindi necessaria l’armonizzazione di questi sistemi tradizionalmente diversi, spesso basati su tecnologie di proprietà anziché su standard aperti.
La sfida è ulteriormente accentuata dalla rapida proliferazione dei dispositivi Internet of Things (IoT), come telecamere, sensori intelligenti per il monitoraggio delle risorse e della salute e sistemi avanzati di controllo della climatizzazione.

La diffusione di dispositivi connessi amplia la superficie di attacco delle aziende industriali, sottolineando l’urgente necessità di adottare solide misure di cybersecurity.