Mese: Febbraio 2026

Ripresa incompleta e nodi strutturali: come l’economia italiana può sfruttare il PNRR per ripartire

L’economia italiana si trova, a metà della decade, in una fase di transizione: uscita dalla crisi pandemica, impatto dell’inflazione globale e pressioni geopolitiche hanno lasciato sul tavolo una crescita irregolare e disomogenea. Mentre alcuni settori mostrano segnali di ripresa — export manifatturiero e turismo — permangono problemi strutturali come la bassa produttività, il divario Nord–Sud e un livello di debito pubblico molto elevato. In questo contesto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rimane una leva cruciale, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di convertire risorse in riforme e investimenti duraturi.

Per capire lo stato reale dell’economia italiana è utile guardare a pochi indicatori chiave. Il prodotto interno lordo è tornato vicino ai livelli pre-crisi ma la crescita annua rimane inferiore alla media europea: la dinamica è trainata soprattutto dalle esportazioni di beni a valore aggiunto (meccanica, automotive, alimentare) e dal recupero del turismo internazionale. Il tasso di disoccupazione si è ridotto rispetto ai picchi pandemici, ma la partecipazione al mercato del lavoro e la disoccupazione giovanile restano punti critici, con differenze territoriali marcate. Inoltre, l’innovazione e la digitalizzazione avanzano a velocità diversa tra grandi imprese e micro-PMI, lasciando molte realtà produttive indietro.

Dati recenti disponibili mostrano che le PMI italiane rappresentano la spina dorsale del tessuto produttivo: circa il 99% delle imprese attive ha meno di 250 dipendenti e contribuisce alla maggior parte dell’occupazione privata. Tuttavia la produttività per ora lavorata rimane inferiore rispetto a paesi europei di confronto come Germania e Francia, in parte a causa di investimenti insufficienti in capitale tecnologico e formazione. Anche l’adozione dell’Industry 4.0 è ancora incompleta: molte aziende hanno avviato progetti digitali ma faticano a scalarli su scala produttiva.

Il PNRR, con i suoi capitoli dedicati a transizione digitale, transizione ecologica e infrastrutture, rappresenta una opportunità senza precedenti: risorse destinate a reti ad alta velocità, efficienza energetica, formazione e sostegno alle start-up possono colmare gap strutturali. Esempi virtuosi emergono già: progetti regionali per il rinnovo degli impianti logistici, iniziative pubblico-private per la riqualificazione energetica degli edifici e incubatori che supportano la crescita di scale-up tecnologiche. Tuttavia, le criticità nell’attuazione non mancano: lentezza burocratica, capacità amministrativa disomogenea tra enti e il rischio di dispersione degli investimenti se non accompagnati da programmi di accompagnamento e monitoraggio efficaci.

Un altro elemento centrale è la sostenibilità finanziaria del debito pubblico. Pur rimanendo su livelli elevati, il costo del debito è influenzato dall’andamento dei tassi europei. Qualsiasi strategia di rilancio deve quindi bilanciare impulso agli investimenti e consolidamento fiscale, privilegiando progetti che generino ritorni economici e sociali misurabili nel medio-lungo periodo.

Le implicazioni per imprese e policy maker sono chiare: serve una strategia coordinata che faccia convergere politiche industriali, formazione e infrastrutture digitali. Sul fronte delle imprese, accelerare l’adozione di tecnologie digitali, investire in capitale umano e rafforzare le filiere internazionali sono passaggi obbligati. Per le istituzioni, migliorare la capacità amministrativa a livello regionale e locale, semplificare le procedure di accesso ai fondi e garantire trasparenza nei progetti finanziati sono priorità per evitare ritardi e sprechi.

Guardando al futuro, due scenari si delineano. Nel primo, un’attuazione efficace del PNRR accompagnata da riforme strutturali (mercato del lavoro più dinamico, pressione normativa semplificata, incentivi mirati per R&S) potrebbe incrementare la produttività, stimolare l’occupazione qualificata e ridurre alcune disparità territoriali. Nel secondo, ritardi e interventi episodici rischiano di perpetuare una crescita anemica e di aumentare il costo sociale di lungo periodo, con giovani qualificati attratti all’estero e intere aree economiche penalizzate.

In sintesi, la sfida italiana non è solo distribuirsi risorse ma trasformarle in cambiamento strutturale. La posta in gioco riguarda non solo il recupero dei livelli pre-crisi, ma la capacità del Paese di riallinearsi con i percorsi di innovazione e sostenibilità dell’economia globale. Per farlo serve una governance più efficiente, imprese pronte a investire in trasformazione e una politica che sappia guardare oltre l’orizzonte elettorale, puntando su progetti che incrementino il capitale produttivo e umano del Paese.

Consumi: +0,5% a gennaio, Pil +1,3% a febbraio. Per Confcommercio l’inizio anno è incoraggiante

Nella metrica dell’Indicatore Consumi Confcommercio (ICC) a gennaio 2026 i consumi degli italiani consolidano la tendenza al moderato recupero, con un +0,5% su base annua e +0,3% su dicembre.
Dopo la crescita congiunturale a gennaio 2026 (+0,3%), anche a febbraio si dovrebbe registrare una variazione positiva del PIL (+0,2%), coerente con una variazione tendenziale superiore all’1% (+1,3%).

Il risultato in termini di crescita conferma le ultime previsioni di Confcommercio: il 2025 si è chiuso meglio di quanto atteso dai previsori istituzionali, lasciando una favorevole eredità statistica al 2026.
L’inizio anno appare quindi incoraggiante, a cominciare dalla fiducia di imprese e famiglie, produzione industriale e propensione al consumo.

Variazioni negative più circoscritte

Sebbene si impone cautela nel valutare le prospettive a breve della domanda, i segnali di miglioramento sembrano interessare non più solo i servizi, ma anche i beni.
A gennaio 2026 le variazioni negative appaiono più circoscritte per alcuni segmenti di consumo, dove a una fase di riduzione è seguita una di stagnazione (ad esempio, beni durevoli per la casa).

Un contributo al recupero più deciso dei consumi potrebbe derivare dagli effetti positivi sulla fiducia e sul reddito, conseguenti al permanere dell’inflazione su valori storicamente contenuti.
Secondo le stime, a febbraio è attesa una variazione dei prezzi al consumo dello 0,3% su gennaio e dell’1,1% su base annua. Le tensioni che ancora si rilevano tra gli alimentari e la modesta volatilità degli energetici dovrebbero rientrare nei prossimi mesi, in considerazione di un’inflazione di fondo inferiore al 2%.

Stabilità nei volumi di acquisto

A gennaio 2026 l’ICC è stimato in crescita dello 0,5% rispetto a gennaio 2025, sintesi di un aumento della spesa per i beni (0,4%) e per i servizi (1,2%), in linea con le indicazioni si un graduale risveglio della domanda, nonostante le dinamiche appaiano ancora molto contenute.
Nell’insieme, le valutazioni quantitative confermano le difficoltà della domanda a seguire un percorso di recupero diffuso.

Pur in presenza di variazioni negative più circoscritte si osserva, in molti casi, la tendenza a una sostanziale stabilizzazione dei volumi acquistati dalle famiglie.
Dinamica che mantiene, soprattutto per i beni, consumi su livelli molto distanti da quelli rilevati nei periodi precedenti.
In alcuni casi si rileva, inoltre, un’alternanza di miglioramenti e peggioramenti che rende difficile immaginare l’inizio di una fase di graduale recupero.

Resta complessa la situazione dell’automotive

A livello di singole voci di consumo anche a gennaio le scelte delle famiglie sono state orientate principalmente verso beni e servizi la cui domanda attiene al tempo libero, come servizi ricreativi in senso stretto (+8,5%) e trasporti aerei (+9,1%).

Positiva anche la spesa per energia elettrica (+4,1%), carburanti (+2,6%), elettrodomestici (+2,0%), alberghi (+0,9%), prodotti farmaceutici e terapeutici (+0,6%), e in misura più contenuta, pasti e consumazioni fuori casa (+0,1%).
Per i segmenti alimentari/bevande, mobili/arredamento la domanda si attesta sugli stessi livelli di gennaio 2025.
Ancora complessa la situazione dell’automotive. In presenza di un recupero delle vendite totali registra un’ulteriore riduzione degli acquisti (-3,6%).

Lavoro, nel 2026 AI centrale per l’evoluzione di competenze e retribuzioni

Nel 2026 il futuro delle carriere sarà plasmato da tre vettori fondamentali: l’integrazione pervasiva dell’AI, l’urgenza della sostenibilità (Esg) e l’adeguamento alla normativa europea sulla trasparenza retributiva.
Come afferma Tomaso Mainini, AD di Michael Page, che ha rilasciato i dati della nuova Salary survey 2026, “Il 2026 mette al centro una doppia evoluzione: quella delle competenze e quella delle retribuzioni. Per restare competitive nell’attrazione dei talenti, oggi le aziende devono superare il vecchio concetto di stipendio per abbracciare strategie di talent retention basate su flessibilità, valori condivisi e trasparenza”. 

Il 2026 sarà quindi un anno di mutamento qualitativo delle competenze richieste dalle aziende, che non cercheranno più solo specialisti, ma figure ibride capaci di governare la tecnologia con una visione di business orientata all’etica e al benessere. 

Eliminare le zone d’ombra nelle negoziazioni salariali: la nuova direttiva UE 

Uno dei punti centrali riguarda l’impatto della nuova direttiva UE sulla trasparenza salariale, che imporrà alle aziende di indicare le fasce retributive già negli annunci di lavoro, eliminando così le zone d’ombra nelle negoziazioni.
A oggi, la strada però è ancora in salita. La survey rileva che il 66% delle aziende italiane non dispone ancora di una struttura salariale trasparente e di reporting sul pay gap. E il 32% dei dipendenti percepisce ancora un divario retributivo di genere.

“Le aziende dovranno quindi rendere accessibili criteri per aumenti di stipendio, promozioni e livelli aziendali”, precisa Mainini . In questo modo, verranno gettate le basi per “la creazione di un asset strategico per attrarre e trattenere i migliori talenti attraverso la fiducia, la trasparenza e un modello organizzativo maturo”.

I tre settori chiave per le opportunità

Sono tre i settori chiave del 2026. Il primo è il Finance, il cuore pulsante della strategia aziendale, poiché guida la trasformazione, anticipa i rischi, costruisce valore e protegge il futuro.
Mentre private equity, AI e nuove normative accelerano la trasformazione, le aziende del settore devono farsi trovare pronte, e i professionisti devono aggiornare le proprie competenze per cogliere le opportunità che arriveranno. 

Il 2026 non sarà un anno di transizione, sarà un anno di svolta. La domanda si sposta su profili ibridi, come controller esperti in analisi di dataset complessi, contabili con forti skill digitali e CFO capaci di agire come partner strategici del business.

Dalle energie rinnovabili alla customer experience: gli ambiti a maggior richiesta

Gli altri due settori chiave del 2026, sono Green energy e construction e Sales, riporta Adnkronos. Con la crescente domanda di energia l’Italia rimane un territorio ricco di opportunità di lavoro e carriera, soprattutto per gli specialisti del fotovoltaico e dell’eolico.

Non mancano occasioni anche per profili in ambito produzione di cantiere, come direttori e capi cantiere, o all’interno dell’ufficio tecnico, in particolare nel reparto gare.
Per le vendite il focus sarà sulla customer experience, con un picco di richieste nel settore del retail e l’hospitality.
La spinta nasce dalla necessità di gestire canali di vendita digitali e di rafforzare la fidelizzazione del cliente in contesti altamente competitivi.

Security Operations Center: perché le aziende scelgono di esternalizzare?

Secondo una ricerca di Kaspersky, la maggior parte delle aziende sceglie di esternalizzare almeno una parte del proprio Security Operations Center (SOC), e un numero significativo adotta il modello SOC-as-a-Service (SOCaaS). L’outsourcing del SOC consente infatti di delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo a un fornitore esterno di fiducia.

I risultati mostrano che anche in Italia questa tendenza è ormai consolidata. Il 67% delle aziende italiane prevede infatti di esternalizzare parte del proprio SOC, combinando risorse interne con competenze esterne, mentre il 22% è pronto ad adottare un modello completamente SOCaaS. 
Solo l’11% prevede di costruire un SOC interamente in-house.

Delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo?

L’outsourcing del SOC può includere diversi servizi: progettazione e architettura del SOC, implementazione e manutenzione delle tecnologie, monitoraggio e analisi da parte di analisti di sicurezza esterni, servizi di consulenza/formazione, fornitura completa di SOCaaS.
La maggior parte delle aziende italiane preferisce mantenere internamente le attività strategiche, affidandosi invece a team esterni e tecnologie avanzate per i carichi di lavoro più operativi e altamente tecnici.

Tra le aziende che intendono esternalizzare le funzioni SOC, le attività più frequentemente delegate a fornitori terzi sono installazione/implementazione delle soluzioni (45%), progettazione del SOC (43%) e sviluppo e fornitura di soluzioni (34%).
Quando si rivolgono a specialisti SOC esterni, le aziende mostrano una preferenza per il rafforzamento di ruoli specifici (analisti di seconda linea, 62%, analisti di prima linea, 35%), concentrandosi soprattutto su monitoraggio continuo e risposta alle minacce.

Garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7

Il principale fattore che spinge verso l’outsourcing del SOC è la necessità di garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (39%), requisito che molti team interni faticano a sostenere autonomamente.
Un altro vantaggio è la riduzione del carico di lavoro per gli specialisti interni della sicurezza IT (38%), a cui si aggiunge l’accesso a soluzioni e tecnologie avanzate (36%) e il supporto esterno per assicurare conformità ai requisiti normativi e standard di settore (28%).

L’ottimizzazione del budget è considerata una priorità “solo” dal 36% delle aziende italiane. A dimostrazione che il valore principale dell’outsourcing del SOC risiede soprattutto nella protezione più efficace, e non esclusivamente nella riduzione dei costi.

Trasformare il SOC in una capacità strategica fondamentale

“La tendenza all’esternalizzazione, totale o parziale, delle funzioni SOC è guidata principalmente dalla necessità di maggiore focalizzazione operativa e agilità strategica – spiega Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky -. Affidando a partner esterni le attività tecniche e di routine, le aziende possono concentrarsi su iniziative ad alto valore, come il processo decisionale strategico e il coordinamento delle risposte alle minacce più sofisticate. Inoltre, questo approccio consente spesso di ottenere significative efficienze economiche, favorendo un’allocazione più efficace delle risorse. In definitiva, questo modello trasforma il SOC in una capacità strategica fondamentale, contribuendo direttamente alla continuità operativa”.