Economia

Imprese: solo gli stranieri aprono nuove attività in Italia

Negli ultimi 10 anni le imprese attive guidate da titolari nati all’estero sono aumentate del 29,5% (+133.734), quelle in cui a capo c’è un italiano, invece, sono scese del 4,7% (-222.241).
Delle 5.097.617 aziende attive presenti in Italia, 586.584 (l’11,5% del totale nazionale) sono a conduzione straniera.

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, il trend demografico di questi ultimi anni ha sicuramente condizionato questi risultati. Tuttavia, tra tasse, burocrazia, caro-bollette, costo degli affitti e un senso perenne di precarietà di tante partite Iva hanno smorzato in molti italiani la voglia di affermarsi attraverso l’autoimprenditorialità.
Occasione, invece, che gli stranieri non si stanno lasciando scappare.

Un fenomeno articolato e complesso

Diversi esperti sostengono che in alcuni comparti stia avvenendo un ‘effetto sostituzione’. Le imprese straniere stanno rimpiazzando quelle autoctone. Altri segnalano che gli immigrati presentano una forte propensione ad aprire la partita Iva perché ritengono più dignitoso lavorare in qualità di autonomi, anziché come dipendenti.

In linea generale, chi apre un’attività imprenditoriale mostra di aver attivato un percorso di inclusione importante, diventando parte attiva del sistema economico. D’altronde, non sono trascurabili le attività economiche a guida straniera avviate per ‘coprire’ operazioni di evasione e commercializzazione di merce contraffatta, creando problemi anche di concorrenza sleale nei confronti delle imprese italiane dello stesso settore.

Commercio ed edilizia coprono il 60% di tutte le imprese straniere

Il commercio e l’edilizia sono i due settori economici dove si trova il maggior numero di imprenditori stranieri. Nel primo sono quasi 195mila, nel secondo 156mila. Se nel primo caso costituiscono il 15,2% di tutte le attività presenti in questo settore, nel secondo si arriva fino al 20,6%.

Le quasi 351mila attività di questi due settori incidono per il 60% sul totale delle imprese di stranieri presenti in Italia.
Il terzo settore più interessato dagli imprenditori stranieri è alloggio-ristorazione, con 50.210 unità (12,7%). 

Romania e Cina le nazionalità più diffuse

Quanto alla nazionalità, gli imprenditori stranieri maggiormente presenti in Italia sono i romeni (78.258). Seguono i cinesi (78.114), i marocchini (66.386) e gli albanesi (61.586).
Rispetto a 10 anni fa, la percentuale di crescita più sostenuta ha interessato i moldavi, con il +127%. Seguono i pakistani, +107%, e gli ucraini, +91%. 

Negli ultimi 10 anni la provincia d’Italia che ha registrato l’incremento percentuale più significativo è stata Napoli, dove tra il 2013 e il 2023 la crescita è più che raddoppiata (+109,3%).
Sempre in questo decennio, la variazione assoluta più importante ha interessato la Città Metropolitana di Milano, con un aumento delle aziende a guida straniera di 30.482 unità. Milano è anche il territorio che ne ospita di più (92.168).

Mercato auto, il rimbalzo delle elettriche: a settembre +9,8% vendite in Europa

Secondo i dati pubblicati dai produttori riuniti nell’Acea, l’Associazione europea dei costruttori di automobili, dopo mesi con il segno meno le auto elettriche rappresentano il 17,3% delle vendite di auto nuove in Europa (+9,8% su base annua) rispetto al 14,8% di settembre 2023.
Notevoli progressi sono stati registrati in Germania, dove alla fine del 2023 le immatricolazioni erano crollate al termine dei ‘bonus acquisto’, ma anche in Belgio, Italia e Spagna.

Insomma, dopo mesi in calo, a settembre 2024 le vendite di auto elettriche in Europa sono rimbalzate, anche se rimangono lontane dai livelli attesi.
Diversi mesi deboli, però, hanno ostacolato la tanto attesa transizione elettrica dal settore auto. Le vendite elettriche da inizio anno sono inferiori del 5,8% rispetto a quelle dei primi 9 mesi del 2023.

Servirebbe una crescita mensile costante e sostanziale

“I dati di oggi dimostrano che siamo ancora lontani dal florido mercato elettrico di cui l’Europa ha bisogno –  ha commentato in un comunicato Sigrid de Vries, direttore generale di Acea -.

Dovremmo vedere una crescita mensile costante e sostanziale, soprattutto in questo momento cruciale per lo sviluppo di questa tecnologia. Invece, da inizio anno, la quota di mercato delle auto elettriche è inferiore di quasi l’1% rispetto allo scorso anno, mentre i volumi sono ancora inferiori di quasi il 6%”.

Mild-hybrid a quota 32,8%, auto a benzina 29,8% (-17,9%)

Più in particolare, le auto mild-hybrid, ovvero, con motore a benzina e piccola batteria elettrica che non si può collegare, hanno raggiunto il 32,8% del mercato e hanno superato per la prima volta le auto a benzina, che detengono il 29,8% del mercato, il -17,9 % rispetto a un anno fa.

Le vendite dei modelli mild-hybrid (+12,5%), che inquinano poco meno del 100% dei motori termici, ma restano molto più economici di quelli elettrici, sono esplose soprattutto in Francia e in Spagna.

Il crollo del diesel: -23,5%

Le auto diesel, al contrario, continuano a crollare (-23,5%) e rappresentano ormai solo il 10,4% del mercato.
Considerando tutte le alimentazioni, riporta AGI, il mercato europeo è rimasto debole, perdendo il 6,1% su un anno, soprattutto a causa dei cedimenti in Germania, Francia e Italia.

Da inizio anno le immatricolazioni restano stabili rispetto al 2023 (+0,6%), di fatto, su un livello molto basso rispetto agli anni pre Covid-19, e si attestano a quasi 8 milioni di veicoli.

Violazioni informatiche alle aziende: tutte le conseguenze di un attacco

Sono le aziende i primi obiettivi dei cybercriminali, e i danni non sono solo immediati ma anche a lungo termine.
Quando si considera l’impatto delle violazioni sulle aziende la prima cosa a cui si presta attenzione sono le perdite finanziarie dirette. Gli attacchi ransomware, in cui gli hacker chiedono un pagamento per ripristinare l’accesso ai dati, o rubare direttamente i fondi, ne sono un chiaro esempio.

Ma questo è solo l’inizio.
Kaspersky ha analizzato le principali conseguenze di un attacco informatico sulle aziende, e oltre a un danno economico diretto ce ne sono molti altri che potrebbero portare a considerevoli perdite finanziarie indirette. A volte, addirittura superiori a quelle subite in seguito all’incidente. 

I costi indiretti di un’interruzione dell’operatività

I cyberattacchi possono anche bloccare le attività, quindi, l’operatività dell’azienda.
Molte aziende si affidano alla loro infrastruttura digitale per le attività quotidiane, ma se i sistemi vengono compromessi la produttività diminuisce. Nei casi più gravi, l’intera attività può essere interrotta per giorni o settimane, con conseguente perdita di fatturato, diminuzione della qualità del servizio, scontento di clienti e partner, e l’ulteriore danno alla reputazione aziendale.

Per questo, nonostante le immediate ripercussioni di un attacco informatico, le aziende devono spesso affrontare un impatto finanziario a lungo termine. Il ripristino dei sistemi, il miglioramento dell’infrastruttura di sicurezza informatica e la gestione delle conseguenze legali sono solo alcuni dei costi che continuano a essere sostenuti. Inoltre, la cancellazione degli ordini e il danneggiamento delle relazioni con i clienti possono richiedere mesi o anni per essere ricostruite.

…e quelli alla reputazione del brand

La fiducia dei clienti è preziosa. Il furto dei dati della clientela in caso di violazione può danneggiare gravemente la reputazione del proprio brand. La perdita di fiducia può portare all’abbandono da parte dei clienti e a un calo degli affari a lungo termine. In alcuni casi, una singola violazione è sufficiente a rovinare l’immagine pubblica di un’azienda.

Se l’azienda è vittima di un attacco, questo può avere un impatto anche sulle relazioni con partner e fornitori. I partner di terze parti potrebbero perdere fiducia nella capacità di proteggere i dati condivisi.
Allo stesso modo, le relazioni commerciali potrebbero essere messe a rischio se non si riesce a risollevarsi rapidamente o se i sistemi compromettono le loro operazioni.

E spesso è l’azienda a finire in giudizio

Ma per molte aziende è la proprietà intellettuale (PI) uno dei beni più preziosi, e i cyberattacchi che la prendono di mira possono rubare progetti di prodotti, strategie di marketing e informazioni protette.
Questo è particolarmente dannoso in settori competitivi come quello tecnologico e farmaceutico, dove il furto di proprietà intellettuale può cancellare il vantaggio che un’azienda ha impiegato anni a costruire.

Inoltre, con le normative sulla protezione dei dati, come il GDPR in Europa o l’HIPAA negli Stati Uniti, una violazione dei dati può portare a pesanti sanzioni. La mancata protezione dei dati sensibili di clienti o dipendenti può comportare sanzioni e cause legali.
Spesso, in aggiunta alla pressione finanziaria e reputazionale, le aziende vittime di violazioni devono affrontare lunghe battaglie giudiziarie.

Bolletta elettrica, perchè in Italia è tra le più care d’Europa?

Nel 2023, gli italiani hanno dovuto fronteggiare una spesa considerevole per l’elettricità, con una media di oltre 960 euro solo per la bolletta. Questa cifra – decisamente importante – supera di ben il 23% la media europea del 23%. Insomma, siamo tra i più “tartassati” del Vecchio Continente per quanto riguarda i costi dell’energia. 

Se le tariffe fossero adeguate, spenderemmo 180 euro in meno

Questo dato è stato calcolato da Facile.it, considerando i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kWh, e confrontandoli con le tariffe dell’energia elettrica rilevate da Eurostat in tutta l’Unione Europea. Se le tariffe italiane si adeguassero alla media europea, la spesa annuale si ridurrebbe di oltre 180 euro.

Italia, il sesto Paese in UE per costo delle bollette 

Nel secondo semestre del 2023, l’Italia è risultata essere il sesto paese più costoso in Europa per l’elettricità, con una tariffa media di 0,3347 €/kWh, tasse ed oneri inclusi. Nonostante un lieve calo dei prezzi rispetto al primo semestre, il costo rimane elevato rispetto ad altri paesi. La Germania, ad esempio, ha registrato un aumento del 20% rispetto all’Italia, seguita da Irlanda (+13%), Belgio (+13%), e Danimarca (+6%). Al contrario, la lista dei paesi con tariffe inferiori è lunga: la Francia ha registrato una tariffa media del 29% inferiore all’Italia, la Spagna del 43%, e la Svezia addirittura del 53%. L’Ungheria è emersa come il paese con le tariffe più basse, con una differenza del 196% rispetto all’Italia.

Le performance migliori (e le peggiori)

Considerando l’intero anno 2023, l’Italia ha registrato una delle performance peggiori in Europa, con una spesa annua che si attesta tra le più alte. Mentre in Italia si spendono circa 960 euro, paesi come Germania e Belgio superano i 1.100 euro, la Danimarca quasi i 1.000 euro e Cipro circa 970 euro. Al contrario, in Francia la spesa è stata inferiore ai 660 euro, con un risparmio di circa 300 euro rispetto all’Italia. Gli altri paesi europei hanno anch’essi registrato spese inferiori: Spagna e Svezia intorno ai 645 euro, Grecia a 627 euro, Portogallo meno di 590 euro e Ungheria solamente 310 euro.

Per concludere

In conclusione, l’Italia si trova ad affrontare una situazione di costi energetici elevati rispetto alla media europea, con conseguenti oneri finanziari per le famiglie italiane.

Italia, perchè è calata la voglia di “fare impresa”?

I nostri connazionali hanno ancora il mito dell’imprenditorialità? Forse no. L’Italia si colloca infatti al 36º posto nella classifica mondiale per la propensione imprenditoriale del Paese. Negli ultimi dieci anni, si è assistito a una notevole diminuzione dell’inclinazione a avviare nuove imprese, con un calo ancora più evidente nel settore manifatturiero. Un dato su tutti: nel 2023, l’attività imprenditoriale è scesa al 60% rispetto al livello del 2010.

Questi dati emergono dal Rapporto GEM Italia 2023-2024, presentato dall’Universitas Mercatorum a Roma, presso la Sala Longhi di Unioncamere.

La valenza del GEM a livello globale

All’evento, come riferisce Italpress, hanno partecipato rappresentanti istituzionali, professionisti accademici ed economici, tra cui Giuseppe Tripoli, Segretario Generale di Unioncamere, Amedeo Teti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Giovanni Cannata, Rettore dell’Universitas Mercatorum, e altri esperti del settore.

Il GEM è diventato uno strumento chiave nello studio dell’imprenditorialità a livello globale, coinvolgendo 46 paesi e oltre 100.000 individui tramite interviste dirette, di cui 2.000 in Italia nel 2023. Il rapporto si propone di fornire una visione approfondita della situazione imprenditoriale italiana, identificando sfide e opportunità attuali e future per promuovere una maggiore attività imprenditoriale nel Paese.

Gli ostacoli che frenano l’imprenditoria 

Tuttavia, nonostante la ripresa degli ultimi anni, l’Italia rimane tra i paesi con una bassa propensione imprenditoriale, con un gap significativo tra l’interesse alla creazione di imprese e la loro effettiva attuazione. A pesare sensibilmente su questo divario ci sono sia fattori soggettivi, come la tendenza a ridurre i possibili rischi, sia fattori di contesto, come le difficoltà burocratiche.

L’istruzione come base dell’imprenditorialità

Il rapporto sottolinea l’importanza dell’istruzione nell’incoraggiare l’imprenditorialità, con una maggiore propensione tra i laureati. Per questa ragione è essenziale introdurre la formazione imprenditoriale nel sistema educativo. In questo contesto, l’Università annuncia l’avvio del Contamination Lab, un programma di formazione all’imprenditorialità aperto a studenti, dottorandi e assegnisti.

Non mancano i segnali positivi

Il GEM Italia rileva segni di ripresa negli ultimi anni, specialmente dopo la crisi economica causata dalla pandemia. Tuttavia, persiste una significativa differenza di genere nell’attività imprenditoriale, con tassi di attivazione più elevati tra gli uomini. Tale divario è più marcato in Italia rispetto ad altre economie avanzate.

Conclusione

In sintesi, il rapporto GEM sottolinea la necessità di affrontare le sfide strutturali e culturali che limitano l’imprenditorialità in Italia, promuovendo l’istruzione imprenditoriale e riducendo le disparità di genere per favorire una crescita economica sostenibile e inclusiva.

Prestiti: un 2023 cauto, ma finanziamenti personali +19%

Emerge dai dati EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF: il 2023 per il mercato dei prestiti è stato l’anno della cautela, segnato da una dinamica altalenante. Se i primi cinque mesi dell’anno sono risultati in crescita i mesi successivi sono stati caratterizzati da una frenata più o meno marcata.
Quanto al dato complessivo, malgrado tali discontinuità le richieste si sono mantenute nel complesso stabili, con una crescita del +0,4% rispetto al 2022.

Le forme tecniche della domanda di credito che hanno risentito maggiormente dell’andamento a singhiozzo sono state le richieste dei finanziamenti finalizzati, in calo del -10,4%, mentre ha tenuto il comparto dei prestiti personali, che ha segnato un +18,9%.

Dopo 3 anni torna a salire l’importo medio, ma rate più diluite

L’importo medio dei finanziamenti richiesti, dopo 3 anni negativi, ritorna a crescere del +4,0% e un valore di 8.427 euro.
La dinamica positiva coinvolge i prestiti finalizzati, con un valore pari a 5.862 euro (+2,5% rispetto al 2022), mentre i prestiti personali scendono a 11.759 euro (-3,8% vs 2022).

Entrando nel dettaglio della distribuzione dei prestiti per fascia di importo, il dato cumulato mostra come un italiano su due richieda importi inferiori a 5.000 euro (54,4% del totale), seguiti dagli scaglioni 10.000-20.000 euro (17,3%) e 5.000-10.000 euro (16,4%).
La domanda, seppur in prevalenza di piccoli importi, viene dilazionata su un arco temporale comunque superiore ai 5 anni per il 27,3% degli italiani.

Prestiti personali: durata superiore a cinque anni per il 50,2% 

La dinamica prudente delle famiglie italiane si rispecchia anche nello spaccato delle due forme tecniche considerate.
Il 76,3% delle richieste di prestiti finalizzati ha un’estinzione del debito entro 3 anni, mentre i prestiti personali, che spesso rappresentano un impegno particolarmente gravoso per le famiglie, tendono a concentrarsi nella fascia di durata superiore a cinque anni (50,2%).

Quanto alla distribuzione delle richieste di prestiti (aggregato personali e finalizzati) in relazione all’età del richiedente, il Barometro CRIF evidenzia come nel 2023 la fascia compresa tra 25 e 54 anni sia stata quella maggioritaria, con una quota pari al 63,4% del totale.

Offerta: nel 2024 permane la cautela

Se le famiglie hanno ridimensionato i progetti di spesa, dal punto di vista dell’offerta si è assistito a “una maggiore attenzione sui criteri di accesso al credito per via dell’incertezza generata dal contesto geopolitico, dall’inflazione e dall’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Le previsioni dell’anno da poco iniziato mostrano che l’espansione delle consistenze di credito sarà inferiore rispetto alle performance del biennio 2021-2022, anche perché la maggiore rischiosità attesa manterrà caute le politiche di offerta. In questa direzione vanno le raccomandazioni degli organi di vigilanza che sollecitano gli operatori a mantenere alta l’attenzione sulla domanda di credito”.

Legge europea sulla cybersecurity: le aziende tech chiedono più flessibilità

La Commissione Europea ha pubblicato la bozza di legge sulla cybersecurity nel mese di settembre 2022, e la sua entrata in vigore è prevista per il 2024.
Ma un gruppo di aziende, tra cui Ericsson e Nokia, ha lanciato un’allerta riguardo alla proposta di legge, sostenendo che potrebbe creare ostacoli e interruzioni nelle catene di approvvigionamento.

In una lettera inviata alla Commissione Europea, il gruppo industriale Digital Europe ha affermato che l’ampio campo di applicazione della bozza di legge avrebbe un impatto su milioni di dispositivi connessi, che vanno dagli elettrodomestici ai giocattoli fino agli strumenti di cybersecurity.

Una proposta non in grado di regolamentare i diversi tipi di prodotti

Digital Europe rappresenta l’industria per la trasformazione digitale in Europa e comprende 106 aziende globali dei settori informatica, telecomunicazioni ed elettronica di consumo.
Secondo le aziende la misura legislativa impedirebbe la commercializzazione di dispositivi sicuri per i clienti europei, che si vedrebbero quindi privati di alcuni importanti prodotti di queste aziende. 

Oltre a Nokia ed Ericsson, nella lettera di Digital Europe hanno apposto la loro firma anche Siemens, Robert Bosch, Schneider Electric ed ESET.
Le aziende firmatarie sostengono da sempre la necessità di regole orizzontali sulla cybersecurity per i prodotti connessi invece di una serie di regolamentazioni settoriali diverse. Ma ritengono che la proposta attuale non sia in grado di regolamentare in maniera adeguata i diversi tipi di prodotti.

La valutazione attraverso terze parti potrebbe ostacolare le catene di approvvigionamento

Un punto critico per i produttori è la richiesta di dimostrare la conformità attraverso certificatori terzi per una categoria di prodotti ad alto rischio con funzionalità di cybersecurity, come la gestione delle password o il rilevamento delle intrusioni.

Il gruppo sostiene che questi componenti siano fondamentali per l’economia e che la valutazione attraverso terze parti possa causare ostacoli simili a quelli causati dalla pandemia di Covid-19 nelle catene di approvvigionamento europee, danneggiando la competitività.

Poter valutare la priorità nella risoluzione delle vulnerabilità

Sono state sollevate preoccupazioni anche riguardo all’obbligo di segnalare le vulnerabilità non ancora risolte. Le aziende, riferisce Adnkronos, ritengono che i produttori debbano essere autorizzati a valutare la priorità della risoluzione delle vulnerabilità rispetto alla segnalazione immediata, basandosi su ragioni legate alla cybersecurity.

Di conseguenza, le aziende hanno chiesto maggiore flessibilità, suggerendo che la legislazione permetta possibilità di autovalutazione e una significativa riduzione del numero di prodotti inclusi nella categoria. Hanno inoltre proposto di concedere almeno 48 mesi per lo sviluppo di uno standard più armonizzato.

Imprese under 35 più fiduciose nel futuro di quelle “mature”

Nel 2023 il 49% delle imprese guidate da under35 prevede di aumentare il fatturato rispetto al 42% di quelle over35, e per il 43% delle imprese giovanili (vs 34%) le attese di crescita restano positive anche per il 2024. In aumento anche le previsioni occupazionali (31% imprese giovani vs 23% over35), anche perché sarà necessario equipaggiarsi con personale qualificato per sfruttare al meglio gli investimenti. Insomma, le imprese guidate dai giovani under35 fatturano, assumono e innovano di più, e sono più fiduciose nel futuro. Sono però meno presenti all’estero e le barriere economiche rischiano di frenarne la crescita. È quanto emerge dall’indagine condotta dal Centro Studi Tagliacarne.

Maggiori investimenti per green e digitale

Le imprese giovanili investiranno più delle altre nella transizione green e digitale. Tra il 2023 e il 2025, il 53% delle imprese giovanili investirà in green e il 48% in digitale (contro, rispettivamente, il 45% e il 41% delle over 35). Mentre il 36% delle imprese under35 ha in programma di investire contemporaneamente in digitale e green. Ma le risorse economiche insufficienti all’interno dell’azienda, e i tassi di interesse elevati per l’accesso al credito, sono i principali ostacoli che rischiano di intralciare il loro cammino verso la transizione.

Due ostacoli: barriere economiche e burocrazia eccessiva

Le barriere economiche sono infatti un problema per il 39% delle imprese giovanili che non intendono investire nella sostenibilità (31% non giovanili) e per il 45% che prevede di non fare investimenti 4.0 (29% non giovanili). Se le risorse economiche sono problema, quelle del PNRR possono essere una boccata di ossigeno. Così il 9% delle imprese giovanili si è già attivata sui progetti di supporto alle imprese legati al PNRR, e il 19% ha in programma di attivarsi.
Tuttavia, l’eccessiva burocrazia è per 7 imprese giovanili su 10 di gran lunga l’ostacolo maggiore.

Un po’ meno presenti sui mercati stranieri (per ora)

In termini di export poi le imprese giovanili mostrano un ritardo rispetto alle loro colleghe più ‘mature’: nel 2023 esporterà il 38% delle aziende under35, a fronte del 45% delle non giovanili.
Nonostante la minore presenza sui mercati stranieri, le imprese giovanili che esportano sembrano però avere una marcia in più. Per il 2023, riferisce Italpress, il 44% prevede aumenti delle vendite all’estero contro il 33% delle non giovanili, mentre per il 2024 gli incrementi sono stimati dal 42% del campione (contro il 31%). Nel complesso, per aumentare le vendite oltreconfine, le imprese giovanili contano di utilizzare principalmente strategie improntate sulla qualità dei prodotti (42%) e investimenti in comunicazione e branding (24%).

Bevande analcoliche, un comparto che vale 5 miliardi di euro 

Un’industria che ha radici nella storia e tradizione italiane, ma è anche orientata all’innovazione. Questo è il settore delle bevande analcoliche in Italia, che è stato al centro dell’Assemblea annuale di Assobibe, l’Associazione di Confindustria che rappresenta il comparto nel paese. Con l’occasione, è stata presentata la ricerca “Bevande analcoliche: immagine, valore, tradizione e significato” realizzata da Euromedia Research per Assobibe. Il settore delle bevande analcoliche in Italia conta circa 100 stabilimenti, tra multinazionali radicate sul territorio e piccole e medie imprese, che danno lavoro a un totale di 84.000 persone e generano un valore di mercato di 5 miliardi di euro. Ogni euro di valore prodotto dalle imprese del settore genera 5,4 euro lungo la filiera, e per ogni lavoratore impiegato nelle aziende di produzione si creano 14 posti di lavoro indiretti. È un comparto fortemente radicato nel territorio che esporta bevande analcoliche per un valore complessivo di 421 milioni di euro.

Il 78% degli italiani le considera espressione della tradizione

Secondo la ricerca di Euromedia Research, oltre il 78% degli italiani riconosce le bevande analcoliche come espressione della tradizione italiana e ritiene che contribuiscano a valorizzare il Made in Italy nel mondo. Quasi il 90% degli italiani ritiene importante la presenza delle imprese del settore sul territorio per la crescita economica e l’occupazione. Le bevande analcoliche svolgono un ruolo fondamentale nella vita degli italiani, accompagnandoli nei momenti di festa, relax e vacanza. Sono considerate simboli di socialità e tradizione, portatori di ricordi felici. 

Quali sono le bevande preferite?

La ricerca analizza anche le preferenze degli italiani riguardo alle bibite analcoliche, evidenziando che i gusti più diffusi sono le cole, le aranciate, le toniche, i tè freddi, gli aperitivi analcolici, i chinotti e le gassose. La maggioranza degli intervistati consuma 1-2 bicchieri di bevande analcoliche, principalmente durante le pause relax e nei momenti di festa e convivialità.

Le difficoltà legate alla crisi

Tuttavia, il settore delle bevande analcoliche si trova ad affrontare sfide e incertezze. I costi delle materie prime, come lo zucchero, sono aumentati notevolmente, i mercati sono influenzati da un’economia instabile e le imprese devono far fronte a un’inflazione alta. Questi fattori si riflettono sui prezzi al consumo e sui volumi di vendita, con una diminuzione dei consumi registrata nella prima parte dell’anno. Inoltre, l’introduzione di una sugar tax nel 2024 potrebbe comportare nuove tasse che inciderebbero oltre il 10% del fatturato del settore. 

Prestiti personali: salgono i tassi, cala l’importo ma richieste stabili

Dall’osservatorio congiunto di Facile.it e Prestiti.it emerge che nonostante l’aumento dei tassi di interesse gli italiani continuano a richiedere prestiti personali. Ma per far fronte all’aumento delle rate si orientano su importi più contenuti. I tassi, infatti, sono aumentati notevolmente, arrivando a +31% se confrontati con quelli di dodici mesi prima, quando per un prestito personale da 10.000 euro in 5 anni erano pari a 6,28%. A maggio 2023 il tasso medio online (Tan) è arrivato a 8,24%. Sempre a maggio, l’importo medio chiesto alle società di credito per un prestito personale è stato pari a 10.474 euro, un valore in calo del 4% rispetto allo stesso mese del 2022.

Non solo esigenza di liquidità: salgono le richieste per consolidare i debiti

La prima motivazione per cui si chiede un prestito personale è l’esigenza di liquidità, finalità indicata a maggio 2023 dal 32% dei richiedenti. Seguono le richieste per l’acquisto di auto usate (16%) e per il consolidamento debiti (15%). In aumento anche le richieste di prestiti per le vacanze (+3%) e per spese mediche (+7%), mentre dopo il boom del 2022 calano quelle per i matrimoni (-7%).
“L’aumento del consolidamento debiti (+6%) racconta di una maggiore consapevolezza nel rapporto tra gli italiani e il mondo del credito al consumo – spiega Aligi Scotti, Bu Director prestiti di Facile.it -. Consolidare i debiti significa accorpare diversi prestiti sotto un unico finanziamento, semplificandone così la gestione, e in alcuni casi, riducendo i costi complessivi”.

Aumenta la quota degli over54

Chi ha presentato domanda di finanziamento ha in media 42 anni. E se gli under35 rappresentano un terzo dei richiedenti (33,5%) aumenta la quota degli over54, passata dal 16% al 19% del totale.
Analizzando le fasce anagrafiche emergono importanti differenze rispetto alle motivazioni per le quali ci si rivolge a una società di credito. Se gli under 26 sono la categoria che chiede più prestiti per l’acquisto di auto usate, formazione, viaggi/vacanze, i prestiti per i matrimoni sono richiesti in maggiore misura da chi ha un’età compresa tra 25-34 anni, mentre quelli per ristrutturare casa e per spese mediche sono più richiesti dagli over54. I prestiti per liquidità, che rappresentano la tipologia di prestito personale più diffusa in assoluto, sono più frequenti tra gli over45.

Gli uomini presentano più domande rispetto alle donne 

Sono ancora importanti le differenze tra uomini e donne. A presentare domanda di finanziamento nella maggior parte dei casi è un uomo (72%), anche se il campione femminile risulta in leggero aumento, passando in un anno dal 25% al 28% del totale. La differenza di genere emerge anche riguardo agli importi richiesti. Gli uomini puntano, in media, a ottenere prestiti personali di importo pari a 10.700 euro, il 10% in più rispetto a quanto chiesto dalle donne. Tra le ragioni che incidono su questa differenza anche una componente di natura reddituale: lo stipendio medio mensile dichiarato dagli uomini che hanno presentato domanda di finanziamento è pari a 2.155 euro, il 23% più alto rispetto a quello del campione femminile.