Le imprese italiane non vogliono restare a guardare di fronte all’ipotesi di nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti. Un’indagine realizzata da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne rivela che il 70% delle aziende sta già mettendo in campo strategie per contenere l’impatto di eventuali barriere commerciali decise da Washington.
Gli USA rappresentano uno sbocco fondamentale per il Made in Italy, ma la capacità delle imprese di operare su più mercati contemporaneamente – in media 11 per ogni azienda – potrebbe rendere meno traumatico l’eventuale calo dell’export verso gli Stati Uniti.
Il ruolo delle Camere di commercio
Il tema è stato al centro dell’Assemblea nazionale di Unioncamere, svoltasi a Roma, durante la quale è emersa anche una fotografia aggiornata del sostegno che le imprese percepiscono da parte delle istituzioni. Secondo un sondaggio Ipsos diffuso durante l’evento, il 43% degli imprenditori considera le Camere di commercio un supporto valido per l’accesso ai mercati internazionali. Quasi la metà degli intervistati ritiene inoltre che queste strutture debbano continuare a essere un punto di riferimento per affrontare le sfide della globalizzazione.
Andrea Prete, presidente di Unioncamere, ha sottolineato il potenziale inespresso delle piccole imprese: con il giusto supporto, potrebbero generare oltre 7 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive.
Le possibili conseguenze dei dazi: export a rischio e prezzi più alti
Le imprese che guardano con preoccupazione all’inasprimento dei rapporti commerciali indicano nella contrazione dell’export la minaccia principale (56%). Seguono l’aumento dei costi delle materie prime e dei semilavorati (26%) e la riduzione della domanda per componenti destinati a prodotti esportati negli USA (22%).
Un ulteriore rischio evidenziato è quello di un incremento della concorrenza da parte di aziende extraeuropee, che potrebbero riposizionare le proprie vendite sul mercato europeo, aggirando i dazi statunitensi.
Come rispondono le aziende italiane
La maggior parte delle imprese ha già elaborato delle contromisure. Il 33% valuta un aumento dei prezzi per compensare i maggiori costi, mentre il 25% guarda con interesse ai mercati europei. Il 18% punta a espandersi oltre i confini dell’UE.
Solo una piccola parte (3%) considera di delocalizzare la produzione negli USA per evitare direttamente i dazi.
Stati Uniti: un partner commerciale importantissimo
L’Italia figura tra i Paesi europei più attivi sul mercato americano, con una quota del 22,3% delle imprese esportatrici dirette, preceduta solo dalla Francia. Nel 2024, le vendite italiane negli Stati Uniti hanno toccato quota 65 miliardi di euro, equivalenti al 10,8% del totale export nazionale.
A livello locale, ci sono territori dove la dipendenza dal mercato USA è particolarmente alta. A Trieste, ad esempio, oltre un terzo del fatturato delle imprese (36,2%) proviene proprio dalle esportazioni verso gli Stati Uniti. Altri picchi si registrano a L’Aquila (17,6%), Isernia (16%) e Grosseto (12,1%).
La carta vincente? La diversificazione
Uno dei punti di forza del tessuto produttivo italiano è la capacità di diversificare i mercati di riferimento. Le aziende del Nord-Ovest esportano mediamente in 13 Paesi, quelle del Nord-Est in 11. Si scende a 9 nel Centro Italia e a 6 nel Mezzogiorno. Alcune province eccellono: Reggio Emilia, Bologna, Vercelli e Ravenna vantano una media tra i 15 e i 17 mercati serviti per ogni impresa.
La flessibilità e l’apertura internazionale restano dunque le armi principali del Made in Italy per resistere all’onda lunga delle tensioni globali.


