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Italia deferita a Corte Ue per scarsa qualità dell’aria (e dell’acqua)

L’Italia non rispetta la direttiva UE sulla qualità dell’aria, in particolare, per quanto riguarda i limiti massimi consentiti per il biossido di azoto. La Commissione europea ha deciso quindi di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia dell’Ue. L’Italia infatti avrebbe dovuto adeguarsi agli obblighi previsti dalla direttiva che limita i livelli di biossido di azoto entro il 2010, quello annuale (40 microgrammi per metro cubo) e quello orario (200 microgrammi per metro cubo, da non superare per più di 18 giorni l’anno). Oltre all’aria “sporca” l’Italia è stata deferita anche per il mancato rispetto della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. Ovvero, la mancata depurazione delle acque di scarico.  Magrissima consolazione: anche Francia, Germania, Regno Unito, Romania e Ungheria sono interessati da provvedimenti simili.

La mappa italiana dell’aria inquinata

L’elenco provvisorio delle zone italiane interessate al superamento dei livelli di biossido di azoto comprende Torino, Milano, Bergamo, Brescia, la pianura lombarda (non meglio specificata), Genova, Firenze, la costa toscana (non meglio specificata) e Roma (per il periodo 2010-13). Oltre a Campobasso e alcune aree industriali siciliane (2010-12), Catania per il 2012, e ancora Catania e alcune aree industriali siciliane per il 2014-15.

Milano, unica in Italia, ha anche sforato il limite orario nel periodo 2010-13. Il deferimento in Corte, che potrebbe risultare in una sanzione finanziaria, per il superamento dei limiti relativi al biossido di azoto si aggiunge a quello del maggio 2018, in quel caso per i limiti relativi al Pm10.

Cattiva gestione delle acque reflue per circa 800 Comuni

Per quanto riguarda il deferimento sulle acque reflue la procedura di infrazione risale al 2014. Entro il 2005 lo Stato italiano avrebbe dovuto predisporre reti fognarie adeguate e sistemi di trattamento secondario prima dello scarico, ed entro il 1998 (21 anni fa), avrebbe dovuto riservare un trattamento migliore delle acque per le aree più sensibili, e predisporre impianti di trattamento biologico delle acque, riferisce Adnkronos.

La cattiva gestione delle acque reflue riguarda circa 800 Comuni, 18 in Abruzzo, 40 in Basilicata, 129 in Calabria, 108 in Campania, 7 in Friuli-Venezia Giulia, 4 nel Lazio, 6 in Liguria, 119 in Lombardia, 46 nelle Marche, 1 in Piemonte, 27 in Puglia, 41 in Sardegna, 176 in Sicilia, 34 in Toscana, uno nella Provincia di Trento, 5 in Umbria, uno in Valle d’Aosta e 26 in Veneto, più un’area sensibile condivisa tra quattro regioni del Nord.

Quattro procedure di infrazione aperte per impianti fognari e depuratori

Alcuni degli agglomerati sono molto grandi. Si tratta di città come Roma, Firenze, Napoli, Bari e Pisa. Sul trattamento delle acque reflue urbane, cioè in pratica sugli impianti fognari e sui depuratori, l’Italia ha 4 procedure di infrazione Ue aperte. A questo proposito è stato nominato un commissario, Enrico Rolle, che ha competenza sui Comuni oggetto di procedura con deferimento in Corte. Il deferimento in Corte prelude a possibili sanzioni pecuniarie nei confronti dello Stato italiano.

Lavoro, i posti (anche) ben pagati che nessuno vuole

In Italia si sente parlare spesso di disoccupazione, povertà, e di reddito di cittadinanza, ma quasi mai dei tanti posti di lavoro che nessuno vuole occupare. A cominciare da quelli del settore digitale. Le aziende italiane infatti hanno un grandissimo bisogno di profili digital, in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie e le nuove possibilità, ma almeno per ora il nostro Paese sembra non essere in grado di offrire abbastanza. Proprio per questo motivo le aziende si affidano sempre più ai servizi delle agenzie di selezione di personale, come ad esempio la società milanese di head hunting Adami & Associati, specializzate nella ricerca di figure poco presenti sul mercato.

Il gap tra la domanda e l’offerta di figure Ict

“Esiste un concreto e non trascurabile gap tra la domanda e l’offerta di lavoro, soprattutto per quanto riguarda le professioni tecnologiche”, sottolinea la CEO e founder Carola Adami. Questo significa che il fabbisogno delle aziende di determinate figure, come specializzati in Big Data, Data scientist, Data architect, Sviluppatori software, Chief digital officer, ingegneri informatici, insomma, i laureati in Information and Communications Technology, superano molto spesso l’effettiva disponibilità di tali figure. Ma la difficoltà delle imprese non è solo nell’assumere profili altamente qualificati per le nuove professioni digitali.

Nonostante la crisi permangono molti lavori che pochi sono disposti a fare

“Va evidenziato il fatto che le aziende arrancano talvolta anche nell’individuare delle figure più tradizionali, che spesso tra i requisiti minimi non contemplano un titolo di laurea- continua Adami -. Parliamo infatti di ruoli come il perito tecnico e l’elettrotecnico, o ancora, il falegname, il cablatore, l’idraulico, il manutentore, l’elettricista, l’estetista, il camionista e il panettiere”.

Proprio così: nonostante la recente crisi economica dal quale il Paese sta lentamente uscendo, permangono molti lavori che poche persone sono disposte a fare. Molto spesso, si tratta di ruoli che non richiedono particolari titoli accademici, e che garantiscono retribuzioni più che dignitose. Per molte professioni artigiane e per alcune professioni tecniche, infatti, le retribuzioni annue toccano i 40mila euro.

“Per molti giovani il lavoro manuale corrisponde a un’occupazione umile”

Per quale motivo, dunque, gli italiani non sono disposti ad accettare questi lavori, e dunque a rispondere alle richieste delle aziende in cerca di manodopera? “Per molti giovani il lavoro manuale corrisponde a un’occupazione umile, dal valore medio basso, e che in ogni caso richiede sforzi e sacrifici eccessivi – sottolinea Adami -. Per questo motivo, tali proposte di lavoro non vengono prese in considerazione, rimangono inascoltate, rallentando pesantemente i processi di recruiting delle aziende”.

Sbaglia quindi chi pensa che con la rivoluzione digitale le professioni artigiane siano destinate a scomparire. É vero il contrario, il bisogno di artigiani professionisti continuerà a essere impellente. “Tutt’al più – prosegue l’head hunter – questi profili saranno chiamati a rinnovarsi e ad acquisire nuove skills, trasformandosi pian piano nei cosiddetti artigiani 4.0”.

Spunta Elowan, la prima pianta cyborg

L’hanno battezzata Elowan ed è la prima pianta cyborg. Elowan è stata progettata dai ricercatori del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit), guidati Harpreet Sareen, ed è una prova di principio per ottenere piante cyborg in grado di produrre energia e spostarsi da sole dove c’è più luce. Ottenuta combinando fusto, foglie e radici di un Anthurium con elementi elettronici, la cyber pianta è stata installata su una piattaforma robotica dotata di ruote, che le permette appunto di potersi muovere per raggiungere la sorgente di luce.

Le rose elettroniche della Svezia

Non è la prima volta che si ottiene una pianta integrata con l’elettronica. In Svezia erano già state ottenute rose elettroniche in grado di condurre elettricità, ma questa volta Elowan “dialoga” direttamente con una macchina, perché è stata integrata con elettrodi che catturano i segnali della pianta e li inviano a una piattaforma robotica sistemata alla base.

Secondo il Mit, Elowan è un tentativo per migliorare le capacità naturali delle piante di rispondere alle esigenze di luce e renderle più autonome. Le piante infatti emettono segnali bioelettrochimici naturali prodotti da cambiamenti di luce, gravità, temperatura, o ferite, conducendoli fra i propri tessuti. I girasoli, ad esempio, sono capaci di girarsi nella direzione del sole.

Elettrodi inseriti nello stelo, nelle radici e nelle foglie

Per ottenere la pianta cyborg, riferisce una notizia Ansa, i ricercatori del Mit hanno inserito alcuni elettrodi nello stelo, nelle radici e nelle foglie di Elowan, che catturano i segnali della pianta e li spediscono alla piattaforma robotica che elabora i segnali e li converte in comandi. Di conseguenza, se la pianta ha bisogno di più luce, la piattaforma, munita di ruote e motore elettrico, si sposta verso la sorgente luminosa. In un esperimento il Mit ha dimostrato che posizionando Elowan tra due lampade che si accendono e si spengono, la pianta si muove verso la luce accesa.

Piante come Elowan in futuro potrebbero essere sistemate negli uffici per garantire che i livelli di temperatura e umidità siano ottimizzati non solo per la pianta, ma anche per i lavoratori che ne condividono lo spazio.

Le piante sono il miglior tipo di “strumento elettronico”

Harpeet Sareen, assistente professore presso la Parsons School of Design, afferma che il progetto è stato realizzato per sperimentare l’integrazione della tecnologia con la natura.

“Generalmente creiamo dispositivi elettronici per svolgere alcune funzioni al posto nostro – spiega Sareen – ma le piante hanno già intrinsecamente tali capacità: possono percepire e possono mostrare, quindi sono già un’interfaccia”.

Inoltre, riporta Webnews, le piante sono organismi auto-alimentati e auto-rigeneranti. In breve, potrebbero essere il miglior tipo di “strumento elettronico” a disposizione.

Tv a rischio privacy

La Tv “su misura” sta registrando un vero e proprio exploit a livello globale, ma si tratta di uno sviluppo non esente da pericoli, almeno per quanto evidenziato da Federprivacy. In base alle osservazioni dell’Associazione dei Professionisti della Privacy, questo strumento presenta possibili “rischi di discriminazione, condizionamento delle opinioni personali, e sulla protezione dei dati personali.”

Un fenomeno che cresce

Cresce infatti il fenomeno della “addressable tv” un tipo di pubblicità mirata che viene visualizzata dai telespettatori in modo personalizzato tenendo conto dell’ubicazione geografica, delle fasce d’età, del sesso, dei singoli gusti ed abitudini di consumo. Le aziende statunitensi hanno investito sulla addressable tv 2,25 miliardi di dollari, solo quest’anno, con un incremento del 79% rispetto allo scorso anno, con la prospettiva di diventare un terzo della pubblicità totale nelle trasmissioni audiovisive entro il 2022.

Allarme privacy e diritti fondamentali

Le tecnologie basate sugli algoritmi e l’analisi dei comportamenti degli utenti utilizzate per la pubblicità su misura in televisione aprono criticità su vari fronti riguardanti i diritti fondamentali dell’individuo, non ultimo il rispetto della privacy. “Con le moderne smart tv, un quarantenne dirigente d’azienda può vedere uno spot che gli propone una costosa berlina full optional, mentre nello stesso momento un suo coetaneo operaio sintonizzato sulla stessa emittente può invece visualizzare una pubblicità su un’utilitaria economica, magari da pagare a rate “ spiega Nicola Bernardi, Presidente di Ferderprivacy, Associazione dei Professionisti della Privacy.

Le “smart” tv

In Europa i televisori HbbTv (Hybrid broadcast broadband TV) che sono abilitati a ricevere questa tipologia di pubblicità sono già 44 milioni, di cui quattro milioni solo in Italia, ma il presidente di Federprivacy solleva non poche perplessità: in base al Regolamento UE 2016/679 sulla protezione dei dati personali, quando l’utente viene profilato per potergli proporre spot pubblicitari su misura in base all’analisi del suo comportamento, dei suoi gusti e delle sue abitudini di consumo, deve esserne infatti informato preventivamente in modo trasparente ed essere in grado di esprimere in modo consapevole il suo consenso, con il diritto di revocarlo in qualsiasi momento.

Le sanzioni

Anche se il fenomeno della “addressable tv” sembra destinato a vedere presto una larga diffusione anche in Europa ed in Italia, è quindi necessario rispettare le regole del GDPR, anche perché le sanzioni per chi non rispetta la privacy degli utenti possono arrivare fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato annuo globale dei trasgressori.

Rifiuti elettronici, ecco le nuove regole per riciclarli

I Raee, Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, vedi lampade a Led, tubi al neon, frigo e altri elettrodomestici, devono essere raccolti e smaltiti secondo regole ben precise. A questi si aggiungono alcuni nuovi prodotti: cavi, fusibili, multiprese, bici elettriche e chiavette Usb, che dal 15 agosto di quest’anno sono soggetti a riciclo a seguito dell’introduzione dell’Open Scope, il cosiddetto campo aperto di applicazione secondo la normativa comunitaria. Si tratta di rifiuti che se smaltiti correttamente permettono di recuperare e reimpiegare almeno il 90% dei materiali di cui sono composti. Ma non sempre è facile districarsi in questo ambito e tutti noi, circondati da oggetti e “pezzi” hi-tech, non sappiamo dove buttarli al termine della loro vita. Ora arrivano indicazioni precise.

Come eliminare i Raee

Prima di tutto, questi oggetti bisogna tenerli da parte e non confonderli con altri rifiuti domestici. Una volta raccolti, si possono portare nelle isole ecologiche comunali, dove si trovano speciali contenitori che permettono di avviare i rifiuti a corretto riciclo. Ma i Raee possono essere anche consegnati in tutti i negozi che vendono articoli elettrici ed elettronici, quindi non solo i punti vendita specializzati ma anche, ad esempio, i supermercati, con due modalità: acquistando un nuovo prodotto equivalente per ogni rifiuto consegnato, oppure portando il rifiuto nei grandi punti vendita della distribuzione senza alcun obbligo di acquisto. Questa seconda modalità vale, però, solo per i Raee di lunghezza inferiore ai 25 cm, come ad esempio lampadine, rasoi elettrici e telefonini.

Vantaggi di un corretto smaltimento

Una volta gettati, i consorzi come Ecolamp si occupano di gestire il trasporto dei Raee con appositi mezzi dai centri di raccolta agli impianti di trattamento. Qui, speciali macchinari permettono di ricavare e separare i diversi materiali di cui questi rifiuti sono composti, trasformandoli in risorse. Dal corretto trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici, si possono recuperare materie prime da utilizzare in nuove produzioni, come metallo, plastica, vetro, schede elettroniche o motori. Un dato importante: nel 2017 sono stati raccolti in totale 296mila tonnellate di Raee, che equivalgono a circa 5 kg per abitante.

Le cose da non fare

Le regole generali sono tutto sommato poche: non gettare i rifiuti elettrici ed elettronici nel sacco nero insieme ai rifiuti indifferenziati; non mescolarli con altri rifiuti, come la plastica o il vetro; non dimenticarli in cantina. È molto importante portarli nei centri di raccolta perché significa contribuire a rimettere in circolo materiali che potrebbero essere riutilizzati e riciclati.

Il burnout arriva in ufficio: cosa è la sindrome da “iperconnesisone”

Occhio al “burnout”, la sindrome di esaurimento emotivo, che può coinvolgere pesantemente i manager. La causa di questa “epidemia” potrebbe anche risedere nel crescente impatto che le tecnologie più avanzate hanno sugli attuali  ecosistemi lavorativi. E, come riporta l’Hays Journal, i manager aziendali devono prestare particolare attenzione al corretto equilibrio tra vita lavorativa e sfera privata dei propri collaboratori per evitare il burnout.

Tecnologia e iperconnessione

La tecnologia sempre più predominante nella vita lavorativa ha portato tantissimi benefici, ma anche, ad esempio, l’annullamento di orari prefissati: morale, siamo tutti sempre collegati. Ma la cultura del perennemente connesso e sempre raggiungibile ha sviluppato in alcuni professionisti una costante sensazione di stress. “Le aziende hanno approfittato degli ultimi ritrovati tecnologici, offrendo ai propri dipendenti modalità di lavoro più smart e flessibili – ha spiegato all’agenzia AdnKronos Carlos Manuel Soave, Managing Director di Hays Italia – e i professionisti hanno accolto questa nuova opportunità con grande slancio ed entusiasmo. C’è però – avverte – un rovescio della medaglia: con device sempre online e una reperibilità spalmata sull’arco dell’intera giornata, è cresciuto notevolmente il volume di chi soffre o ha sofferto di vere e proprie crisi burnout: una parola di origine anglosassone sinonimo di esaurimento o crollo che indica chiaramente una condizione di eccessivo stress”.

Il 42% dei professionisti vittima di stress

Una ricerca di Willis Towers Watson evidenzia che il 42% dei professionisti dichiara di aver sofferto di un forte stress o di problemi di salute mentale. Di questi,  1 su 3 ritiene che il proprio lavoro abbia un impatto negativo sull’equilibrio mentale. Questo, però, rimane un argomento tabù:  il 41% non ne parla in ufficio per la paura di compromettere la propria carriera, mentre un 38% ritene che colleghi e superiori non capirebbero la situazione.

I sintomi del burnout

Come una vera e propria patologia, il burnout ha dei sintomi, elencati dall’Hays Journal. Sono: eccesso di cinismo al lavoro; scarsa energia e insufficiente produttività; mancanza di soddisfazione una volta raggiungenti gli obiettivi prefissati; svogliatezza; cambiamento nelle abitudini del sonno o nell’appetito; mal di testa, mal di schiena o altri dolori fisici.

Come contrastarlo

La buona notizia è che non mancano strategie e suggerimenti per contrastare gli effetti del burnout. Secondo gli autori della ricerca, i manager stressati doovrebbero seguire alcune indicazioni quali, ad esempio, privilegiare la qualità rispetto alla quantità (anche per i collaboratori), valutare gli straordinari (e se fossero eccessivi assumere nuove figure nel team), concedersi il meritato riposo.

Gli adolescenti abbandonano Facebook e migrano su YouTube

Facebook perde terreno fra gli adolescenti, e oggi ne raggiunge “solo” il 51%. La vetta dei social più amati è conquistata a sorpresa da YouTube, la piattaforma di musica in streaming, che domina i social preferiti dai giovanissimi con il suo 82% di mercato under-17.

Ma perché i più giovani riscoprono YouTube? Forse perché la piattaforma targata Google offre possibilità di utilizzo più trasversali rispetto al social di Zuckerberg, preferito di gran lunga dalle fasce di età ben più mature. Ed è diventata il punto di riferimento sul web nella ricerca di un film o per l’ascolto di musica. Ma soprattutto per la condivisione di video.

Instagram sale sul secondo gradino del podio fra i teenager

Da gregario di Facebook, però, che ne è anche proprietario, anche Instagram ha da tempo fatto uno scatto avanti, diventando uno dei social network più utilizzati dai teenager. Secondo una ricerca del Pew Research Center, la piattaforma specializzata nella condivisione di foto è utilizzata dal 72% dei giovani nella fascia compresa tra i 13 e i 17 anni. E per catturare un numero più alto di giovanissimi nel futuro di Instagram potrebbero comparire anche video della lunghezza di un’ora.

Instagram allungherà fino a un’ora i video per i suoi utenti?

A rivelare lo “scoop” è il Wall Street Journal, al quale una fonte anonima avrebbe riferito che il social network ha intenzione di implementare la possibilità di offrire contenuti ben più lunghi del canonico minuto, ampliando così l’esperienza utente sulla piattaforma, riferisce una notizia Agi.

Potrebbe quindi essere proprio in questi dati, ovvero nel fatto che anche Instagram sia stata superata da YouTube nel gradimento dei giovanissimi, la ragione per la quale la piattaforma  avrebbe deciso di allungare considerevolmente i video per i suoi utenti, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi. In questo modo infatti la piattaforma offrirebbe ulteriori e innumerevoli possibilità di trovare nuovi linguaggi comunicativi, o semplicemente per riesumare i vecchi, come ad esempio quello dei vlogger.

Snapchat resta indietro, ma è il più frequentato su base quotidiana

Nella classifica rimane indietro Snapchat, da cui Instagram ha preso in prestito diverse funzioni, e di cui è sempre stata il competitor principale. Oggi Snapchat è utilizzata dal 69% dei giovani negli Stati Uniti, quindi segnerebbe solo tre punti in meno di Instagram.

Ma secondo quanto riportato da The Verge, il sito di informazione tecnologica, sono 300 milioni gli utenti che ogni giorno guardano le stories di Instagram. Più degli utenti attivi totali di Snapchat.

Occhio alle app che spiano i bambini

Almeno una app di Google Play per Android su cinque raccoglie impropriamente “indirizzi o altre informazioni di identificazione personale”. Questo è l’allarme lanciato da uno studio dell’Università di Berkeley, la University of British Columbia e la Stony Brook University di New York. Analizzando 5.855 app dedicate alle famiglie o ai bimbi lo studio ha infatti riscontrato in circa 281 di esse la raccolta di dati di contatto o di posizione senza alcuna approvazione preventiva del genitore. Un furto di dati che violerebbe i regolamenti federali degli Stati Uniti, i cosiddetti COPPA, i Children’s Online Privacy Protection Act del 1999.

A preoccupare gli esperti sono soprattutto i dati relativi alla geolocalizzazione

Lo studio ha rivelato che il 28% delle app prese in esame ha bypassato le autorizzazioni di Android per accedere a “dati sensibili”, mentre il 73% delle app in questione ha direttamente raccolto questo tipo di dati, riferisce Adnkronos.

Fra i dati raccolti senza alcuna autorizzazione, a preoccupare gli esperti sono soprattutto quelli relativi alla geolocalizzazione degli utenti: “I dati di geolocalizzazione – si legge nello studio – non solo rivelano dove vivono gli individui, ma potrebbero anche consentire deduzioni fra le altre cose sulle loro classi socioeconomiche, abitudini quotidiane e condizioni di salute”. La maggior parte delle violazioni, inoltre, riguarderebbe applicazioni pensate per lo svago.

Le violazioni potrebbero essere valutate dalla Commissione federale per il commercio

Tra gli sviluppatori passati sotto la lente attenta degli esperti, particolarmente eclatante – è stato giudicato il caso della Tiny Lab, di cui ben 81 app testate su 82 condividono con gli inserzionisti coordinate GPS. Una chiara violazione del COPPA, insomma, che è stato progettato proprio per proteggere la privacy dei bambini e che richiede a siti web e app l’ottenimento di un’autorizzazione di un genitore prima di raccogliere informazioni private di un utente di età inferiore ai 13 anni. Si tratta quindi di violazioni che ora potrebbero essere valutate dalla Commissione federale per il commercio.

Google: “Proteggere i bambini e le famiglie è una priorità assoluta”

Google, intanto, ha fatto sapere attraverso un portavoce di prendere “seriamente” i risultati dello studio. “Proteggere i bambini e le famiglie è una priorità assoluta e il nostro programma Designed for Families richiede che gli sviluppatori rispettino requisiti specifici oltre alle nostre norme standard di Google Play. Se dovessimo stabilire che un’app viola le nostre norme, allora agiremo”. Almeno, questo è quanto promettono da Mountain View

Cybercrime, per le aziende italiane rappresenta un costo di 6,7 milioni di dollari

La sicurezza informatica, e soprattutto i crimini tecnologici, hanno un costo spaventoso per le aziende di tutto il mondo. La media, calcolata a livello globale, è di 11,7 milioni di dollari. Non risulta essere una sorpresa che siano gli Stati Uniti d’America il paese più colpito dai cyber-attacchi, dove il fenomeno costa alle imprese a stelle e strisce la cifra record di 21,22 milioni di dollari, praticamente il doppio della media globale.

In Italia il fenomeno è ancora sotto controllo

Nel nostro Paese, fortunatamente, il costo del cybercrime si ferma a 6,73 milioni di dollari. Si tratta del “prezzo” più basso tra i paesi considerati nell’indagine, alle spalle solo dell’Australia (con 5,41 milioni di dollari). Le rilevazioni e i relativi costi sono il frutto di uno studio di Accenture e Ponemon Institute,  pubblicato in occasione del CyberTech Europe 2017, evento sulla sicurezza informatica.

130 violazioni all’anno per ogni azienda

I numeri sono impressionanti: la media di attacchi per ogni impresa, all’anno, raggiunge i 130. Le più colpite sono, e non stupisce, le aziende operanti nei settori dei servizi finanziari e dell’energia: per loro il costo medio annuo raggiunge rispettivamente i 18,28 e i 17,20 milioni di dollari.

Tempi sempre più lunghi per risolvere i problemi

Diverse sono le tipologie di attacchi e differenti sono i tempi necessari per risolverli. Lo studio spiega che per la risoluzione di un ransomware, ovvero quei software che rendono computer e smartphone inutilizzabili finché non si paga un riscatto, servono in media 23 giorni. Tempi decisamente più lunghi per sopravvivere agli attacchi più aggressivi, quelli con insider cattivi, per i quali possono occorrere in media 50 giorni prima della “guarigione”. Un costo enorme.

Difendersi costa caro

In Italia, così come in Francia (7,9 milioni), i costi medi sostenuti dalle aziende a causa del crimine informatico non registrano un aumento. La situazione è però molto diversa in altri Paesi del mondo, che hanno necessariamente registrato una forte crescita in termini di investimenti per proteggersi dai cybercrime. Ad esempio gli Usa sono passati da 17,36 milioni nel 2016 a 21,22 milioni del 2017. Nello stesso periodo, in Germania i costi sono saliti da 7,84 a 11,15 milioni; in Giappone da 8,39 a 10,45; nel Regno Unito da 7,21 a 8,74.

Riscatto: pagare sì o pagare no?

Nel corso dell’ultima edizione di CyberTech Europe 2017, è anche emerso che il 42% delle Piccole e medie imprese italiane ha avuto a che fare con il ransonmware. E ben un’azienda su tre (32%) ha deciso di pagare il riscatto, anche se poi non tutte sono ritornate in possesso dei propri dati.