Author: Giampiero Prugna

Desideri e sogni di viaggio degli italiani al tempo della pandemia

La pandemia non ha impedito agli italiani di fantasticare sulle future possibilità di viaggio. Viaggi e vacanze sono stati messi in pausa durante questo periodo di emergenza sanitaria, lockdown, e crisi economica senza precedenti, ma negli ultimi due mesi Booking.com, la piattaforma di prenotazione online, ha analizzato milioni di liste di desideri compilate da viaggiatori fiduciosi che vorrebbero raggiungere oltre 100.000 destinazioni diverse dall’inizio di marzo. Tra le più desiderate dagli italiani, Bali, Andalusia, Londra, Florida e Parigi, che continuano a essere al primo posto anche nei sogni dei viaggiatori di tutto il mondo. Anche se è il turismo domestico a occupare oltre la metà delle liste di desideri a livello globale.

Il turismo domestico conquista il 51% dei viaggiatori di tutto il mondo

Al tempo del Covid-19 il turismo domestico conquista infatti il 51% dei desideri dei viaggiatori di tutto il mondo, con una differenza del 18% rispetto ai dati dello stesso periodo registrati nel 2019, quando si attestava al 33% delle preferenze. Il dato aumenta se si guarda l’Italia, dove i viaggi a livello nazionale rappresentano il 61% fra i desideri degli italiani, mentre nel 2019 erano al 53%. Dall’inizio di marzo, le destinazioni nazionali più volte selezionate nelle liste dei desideri degli italiani sono Roma, Firenze, Napoli, Milano e Venezia, mentre a livello internazionale le destinazioni preferite restano le capitali europee. Con una eccezione.

Italia, Spagna, Grecia, Francia e USA i Paesi più desiderati

In generale, nell’immaginario degli italiani i Paesi più desiderati sono l’Italia, la Spagna, la Grecia, la Francia e gli Stati Uniti d’America, riporta Ansa. La Gran Bretagna e alcune grandi città europee, forse amate ancora di più dopo tutte queste settimane di isolamento, sono al centro dei desideri degli italiani. Londra è in cima alla lista, seguita da Parigi (Francia), Barcellona (Spagna) e Amsterdam (Olanda), ma anche New York (Stati Uniti), l’unica meta oltreoceano sognata dagli italiani. Lisbona (Portogallo), Marrakech (Marocco) e Praga (Repubblica Ceca) completano la lista dei desideri dei viaggiatori nostrani.

Sognare di poter esplorare ancora il mondo mantiene alto lo spirito

Le tipologie di alloggio più ricercate? Gli italiani scelgono hotel, appartamenti, Bed& Breakfast e guest house. In particolare, i B&B sono al terzo posto delle tipologia di sistemazione preferite dagli italiani (10%) con una certa differenza rispetto al dato globale (3%).

“Questi sono tempi senza precedenti, in cui la sicurezza rimane la massima priorità – spiega Arjan Dijk, Senior Vice President e Chief Marketing Officer di Booking.com -. In questo momento anche solo sognare di esplorare di nuovo il mondo ha l’immenso potere di far esplodere la nostra immaginazione e mantenere alto lo spirito. È incredibile vedere la gamma di esperienze di viaggio diverse che i nostri clienti sono stati impegnati a sognare mentre aspettano che si possa tornare a viaggiare di nuovo”. 

Apple-Google, come funziona l’app che avvisa dell’esposizione al rischio contagio

È in via di definizione il sistema di tracciamento del contagio da Covid-19 messo a punto da Apple e Google. I due colossi tecnologici hanno pubblicato sulla piattaforma GitHub il codice sorgente del progetto per il tracciamento dei positivi al coronavirus, ed esempi delle schermate che appariranno sui dispositivi, sia nel caso si voglia comunicare la propria positività al virus sia si desideri essere avvisati dell’esposizione al contagio con una persona positiva.

In questo caso, l’esposizione dovrà essere di 5 minuti, e per entrambe le situazioni l’adesione dell’utente sarà volontaria. Il sistema sarà la base per lo sviluppo di un’app di diversi Paesi, compresa l’Italia, e dovrebbe essere completato a metà maggio. Da quella data in poi a cascata potranno essere pronte le app di tracciamento di tutti Paesi che hanno adottato il sistema.

I codici rimangono sullo smartphone dell’utente

Le comunicazioni avvengono attraverso un codice identificativo generato dal proprio dispositivo, che attraverso il bluetooth vengono scambiate in forma anonima con gli altri dispositivi che usano il sistema. I codici rimangono sullo smartphone dell’utente (il cosiddetto approccio decentralizzato che sta perseguendo anche l’Italia) e quindi sono sotto il suo controllo. Il sistema, precisano Apple e Google, non usa la localizzazione per gli utenti risultati positivi. L’identità quindi non è nota a nessun altro utente, neanche alle stesse società, riporta Ansa.

Le app possono utilizzare i dati solo per gli elementi di risposta al Covid-19
Il codice sorgente del sistema messo a punto da Apple e Google serve a poter individuare vulnerabilità, ma anche a consentire innesti di altri sviluppatori. Anche per quanto riguarda l’app italiana Immuni, la ministra dell’Innovazione Paola Pisano ha rassicurato che sarà open source. Le app, scrivono Apple e Google, devono raccogliere solo la quantità minima di dati necessari e possono utilizzare tali dati solo per gli elementi di risposta al Covid-19. Non sono consentiti altri usi dei dati degli utenti, inclusa la pubblicità mirata. Inoltre, alle app è vietato chiedere l’autorizzazione per accedere ai servizi di localizzazione, e l’uso degli strumenti dedicati agli sviluppatori (Api) sarà limitato a una sola app per Paese per evitare la frammentazione, si legge su la Repubblica.

Le società disabiliteranno il sistema su base regionale quando non sarà più richiesto

Nel caso un Paese abbia optato per un approccio regionale o statale le società sono pronte a sostenere tali autorità, e Google e Apple disabiliteranno il sistema su base regionale quando non sarà più richiesto.

L’Italia, nel Dl Bonafede, ha fissato che l’uso dell’app di tracciamento e i dati cesseranno il 31 dicembre 2020. Apple e Google fanno anche sapere che nel lungo termine stanno esplorando modalità per consentire alle autorità sanitarie pubbliche di inviare notifiche di esposizione al contagio in un primo momento anche senza l’app, sempre che l’utente abbia acconsentito all’uso del bluetooth.

In seguito, l’autorità sanitaria suggerirà all’utente di scaricare l’app per avere le informazioni su come comportarsi.

Arrivano le app anti epidemia, ma serve una legge

Tracciare egli utenti per contenere l’epidemia del Coronavirus si può, ma è necessario un provvedimento legislativo. E la collaborazione degli operatori di telefonia mobile e i big della tecnologia, come Facebook e Google. Ovviamente, in caso di app, ci vuole la disponibilità dell’utente a installarla per farsi localizzare.

“Le soluzioni tecniche ci sono – osserva Antonio Capone, professore ordinario di Telecomunicazioni e preside della Facoltà di Ingegneria al Politecnico di Milano – ma bisogna chiarire gli obiettivi di un’operazione del genere con un numero di contagi così elevato. Tracciare i flussi è una cosa – continua Capone – tracciare le persone con una sorta di braccialetto elettronico è un’altra, legalmente non si può fare e ci devono essere provvedimenti giudiziari appositi”.

Le autorità sanitarie e la Protezione Civile devono stabilire di cosa hanno bisogno

A dover stabilire di cosa hanno bisogno sono le autorità sanitarie e la Protezione Civile, che si stanno occupando dell’emergenza. Se vogliono informazioni sulla base di una cella telefonica, queste le possono fornire gli operatori Tlc, oppure la localizzazione precisa da Gps con un’app già esistente, come Google Maps o Facebook. O ancora, un’applicazione nuova.

In ogni caso, Asstel, l’associazione che riunisce gli operatori Tlc si è detta disponibile a collaborare con il governo. Ma bisognerebbe obbligare Facebook e Google, o altre società tecnologiche, a fornire i dati. E Mark Zuckerberg ha specificato che finora non ha ricevuto dalle agenzie governative nessuna richiesta di condividere informazioni personali per controllare la diffusione del virus.

Le app di localizzazione sono soggette al Gdpr

“Tutti noi già usiamo tante applicazioni popolari da cui si può estrapolare la localizzazione – aggiunge Capone – ovviamente tutte sono soggette alla normativa europea sulla privacy e seguono la regola del consenso”.

Può darsi, quindi, che sia necessario creare un’app nuova, specifica per l’emergenza. “Se si tratta di seguire qualche individuo forse sì, ma per centinaia o migliaia di persone bisogna obbligarle a installare l’app e dare il consenso – continua l’esperto -. E sappiamo che anche le applicazioni più popolari ci mettono mesi o anni per raggiungere la massa”.

Un team di esperti ha preso contatti con il Governo

In Italia a creare un’app nuova ci sta pensando un team di esperti che ha preso contatti con il Governo. Al momento quest’app non ha un nome, e non è disponibile sugli store digitali, ma se installata sul telefono aiuta a ricostruire i movimenti delle persone positive al Coronavirus e di chi è entrato in contatto con loro.

“Vogliamo costruire un sistema tecnologico che possa andare nelle mani delle istituzioni per aiutarle a gestire la crisi, ma al momento non c’è nulla di nuovo”, spiega all’Ansa Luca Foresti, fisico e amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino, centro che fa parte del team che sta elaborando l’applicazione.

L’informazione dà la felicità, ma i giovani la cercano sui social

Informarsi dà soddisfazione e allenta gli stati d’ansia, dicono le ricerche sul tema. Ma non tutti ci informiamo nello stesso modo, con le stesse modalità e con i medesimi strumenti. Anzi, il gap generazionale fra l’utilizzo dei diversi media è una questione particolarmente interessante da esplorare. Lo ha fatto l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Agcom, con il rapporto ‘L’informazione alla prova dei giovani’ che ha cercato di rispondere ad alcune domande clou: Quanta informazione richiedono i giovani? Verso quale tipo di informazione si orientano e cosa, invece, riescono a trovare? Perché i giovani usano sempre più i social e sempre meno i mezzi tradizionali? In altre parole, cos’è che intercetta la domanda e la curiosità informativa dei giovani? Lo studio, tenendo conto dell’eterogeneità e complessità del mondo giovanile, utilizza una prospettiva innovativa che mette insieme la domanda di informazione e l’offerta presente oggi in Italia.

Nuove generazioni, fuga dai media tradizionali

Tra le principali evidenze del rapporto, quella che sicuramente emerge è la fuga delle nuove generazioni dai mezzi tradizionali, a tutto vantaggio di una sola fonte informativa, la rete. Arrivare alle conclusioni è abbastanza semplice: l’offerta “classica” evidentemente non soddisfa le esigenze informative dei più giovani. L’elevata domanda di informazione tra i ragazzi si scontra, di fatto, con limiti di confezionamento e stili espressivi appiattiti su un’offerta tradizionale, decisamente troppo poco aggiornata rispetto ai “linguaggi utenti”, favorendo una specie di segregazione dei giovani nel mondo della rete, che diventa spesso  l’unico medium in grado di dar voce alle loro esigenze informative. È così che i giovani si rifugiano sempre più spesso sui social, e lo fanno per informarsi, svolgere mille attività quotidiane, interagire tra loro. Insomma, il mondo dei ragazzi si confina all’interno delle possibilità delle rete. 

Informarsi fa bene (e combatte lo stress) a tutte le età

Un ulteriore dato emerso dalla ricerca è che l’informazione è una fonte di gratificazione e felicità a tutte le età: leggere, cercare curiosità, informarsi sono attività capaci di generare soddisfazione. Inoltre, sapere di più è un potente antistress per tutte le generazioni. La ricerca chiarisce, inoltre, che non tutta l’informazione si traduce in soddisfazione, ma solo quella che più si attaglia ai punti di vista e agli stili comunicativi delle diverse generazioni. Ovvero, l’informazione soddisfacente per i più grandi è quella che si acquisisce attraverso i canali tradizionali, come la tv, i giornali e infine il web, mentre per i giovanissimi è rappresentata unicamente dalle potenzialità offerte dalla rete.

Chi ha paura di robot e Intelligenza artificiale? L’85% dei lavoratori italiani

Perdere il proprio posto di lavoro. Questo temono gli oltre 7 milioni di lavoratori italiani, che con l’arrivo delle nuove tecnologie, soprattutto i robot e l’Intelligenza artificiale, hanno paura di essere sostituiti dalle macchine. I più spaventati di tutti sono gli operai, tanto che quasi 1 operaio su 2 vede il proprio lavoro a rischio. Insomma, se l’85% dei lavoratori si dichiara preoccupato il dato supera l’89% tra gli operai, che esprimono una “forte preoccupazione” per l’impatto atteso della rivoluzione tecnologica e digitale. Si tratta di alcuni dei principali risultati del 3° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, la società che offre soluzioni per il welfare d’impresa, con il contributo di Credem, Edison, Michelin e Snam.

Esiste un gap salariale tra chi lavora con le macchine e chi no

Una paura non del tutto infondata. Poiché i salari, di fatto, sono già tecno-polarizzati. In pratica, se lo stipendio medio italiano è pari a 100 nei settori tecnologici il valore sale a 184,1, mentre negli altri comparti scende a 93,5.

“Sono i numeri di una disuguaglianza salariale in atto nelle aziende italiane che convive con le paure dei lavoratori – si legge nel rapporto del Censis – e certifica l’esistenza di un gap tra chi oggi lavora con le nuove tecnologie e chi no”.

Nessun miglioramento in vista per le condizioni di lavoro

Non risulta più sereno il giudizio degli intervistati anche su altri fronti caldi, come quello dell’aumento dei ritmi lavorativi, degli orari, delle condizioni di lavoro e della sicurezza. Per il 50% dei lavoratori intervistati infatti i ritmi di lavoro si faranno decisamente più intensi, mentre per il 43% si dilateranno gli orari di lavoro. Nessun miglioramento nelle condizioni di lavoro, poi, per il 33% degli intervistati (il 43% tra gli operai), così come nella sicurezza, che preoccupa il 28% dei lavoratori (il 33% tra gli operai), secondo i quali non farà passi avanti grazie all’arrivo della tecnologia.

Il welfare aziendale può mitigare le disuguaglianze?

Il welfare aziendale, però, riporta Adnkronos, può mitigare le disuguaglianze. Si tratta di uno strumento sempre più utilizzato dalle aziende all’interno dei rinnovi contrattuali per incrementare indirettamente il salario. Infatti, rileva ancora l’indagine del Censis, per il 66% dei lavoratori che già ne beneficiano, ovvero 2 lavoratori su 3, il welfare aziendale sta migliorando la loro qualità della vita. Le percentuali sono più elevate tra dirigenti e quadri (89%), seguiti da operai (79%), e lavoratori intermedi (60%). Per quanto riguarda il futuro, conferma poi il rapporto del Censis, il 54% dei lavoratori si dice convinto che gli strumenti di welfare aziendale potranno migliorare il benessere in azienda.

Credere in se stessi aumenta le probabilità di avere successo

Quali sono i buoni propositi per l’anno appena iniziato? Che si tratti di smettere di fumare, passare meno tempo sui social, perdere qualche chilo o imparare a fare qualcosa che si ha sempre sognato di fare, ma che si è sempre rimandato nel futuro, per ottenere successo nell’impresa credere in se stessi e in ciò che si fa è fondamentale. Per avere più chance di realizzare i propri obiettivi, il primo passo è credere di poterci riuscire.

“La metà delle persone stabilisce buoni propositi a inizio anno, ma solo 4 su dieci avranno successo”, spiega alla Cnn John Norcross, professore di psicologia dell’Università di Scranton, in Pennsylvania. Al contrario, ” a fronte di obiettivi e motivazioni comparabili – continua John Norcross – chi crede in se stesso ha una probabilità 10 volte maggiore di farcela rispetto a chi non lo fa”.

Questo è il primo dei sette consigli che gli esperti suggeriscono di mettere in pratica per raggiungere i propri obiettivi..

Evitare di stabilire obiettivi irragionevoli

Il secondo consiglio è quello di puntare su buoni propositi specifici. Non un generico “mangerò più frutta”, quindi, ma “mangerò una mela al giorno a pranzo o merenda”. “Le persone spesso pensano di non avere motivazione, ma il problema è piuttosto una mancanza di chiarezza”, ha scritto James Clear nel suo libro Atomic Habits.

Evitare, poi, di stabilire obiettivi irragionevoli o troppo ambiziosi e impossibili da raggiungere. Se si è amanti della vita notturna, ad esempio, non decidere di correre ogni mattina prima del lavoro, ma decidere di farlo dopo il lavoro, suggerisce Gretchen Rubin nel bestseller The Happiness Project.

Mostrare più comprensione per se stessi

Quarto consiglio, mettere sempre in conto i passi indietro rispetto alla meta prefissata, ma non lasciare che lezioni di ginnastica saltate occasionalmente demoralizzino, portando fuori rotta. Se si scivola, bisogna “concentrarsi sul tornare in pista, non sulla scivolata”, osserva ancora John Norcross. Chi mostra più comprensione per se stesso, ha maggiori probabilità di riuscita, riporta Ansa.

Quinto consiglio, fare andare di pari passo l’inizio di una nuova abitudine con l’eliminazione di una vecchia, e trovare espedienti che aiutino.

Eliminare o ridurre un comportamento sbagliato al mese

Si vuole ridurre l’uso del telefono? Magari si può iniziare a non farlo entrare in camera da letto usando al suo posto una sveglia standard. E se si odia l’idea di una risoluzione per l’intero anno  fissare “un anno di 12 micro-risoluzioni mensili”, come suggerisce David Allan, editorial director di CNN Health.

Il consiglio quindi è quello di eliminare o ridurre un comportamento sbagliato al mese, e poi vedere l’effetto che ha prodotto sulla propria vita. L’ultimo consiglio è quello di decidere chi si vuole diventare. Si vuole essere una persona sana o diventare un musicista? L’importante è sempre dimostralo a se stessi con piccole vittorie nel tempo. Ogni volta che si fa qualcosa per l’obiettivo prefissato si fa un passo verso la persona che si vuole diventare.

I numeri della digitalizzazione delle Pmi

Nei 3.194 comuni che si trovano nelle aree “bianche” sui cui concentrare i lavori di infrastrutturazione previsti nei Piani Banda Larga e Ultra Larga del Governo sono state geolocalizzate 1,8 milioni di imprese. Diecimila gli imprenditori informati sulle opportunità offerte da internet superveloce, e 600 i dipendenti formati delle Camere di commercio sui temi dell’innovazione, 275 dei quali hanno ottenuto la certificazione dell’Aica sulle competenze digitali.

Questi i numeri delle iniziative messe in campo dal Sistema camerale per la digitalizzazione delle Pmi attraverso il progetto Ultranet, per la conoscenza e la diffusione della Banda ultralarga (Bul), e il programma triennale formativo di potenziamento e certificazione delle competenze digitali del proprio personale interno.

Italia al 24° posto nella classifica dei 28 Stati dell’Unione più digitalizzati

L’obiettivo del Sistema camerale è accompagnare la crescita della cultura digitale delle Pmi anche attraverso la formazione del personale camerale di supporto alle imprese, ma anche partecipare al processo di digitalizzazione in atto della PA. Connettività ed e-skill possono infatti contribuire a recuperare il ritardo digitale accumulato dal nostro Paese, che se pure in risalita, secondo il Digital Economy and Society Index 2019 resta al 24° posto nella classifica dei 28 Stati dell’Unione europea. La fotografia scattata da Unioncamere è stata illustrata nel corso del convegno sulla trasformazione digitale che si è concluso con l’assegnazione del premio Bul factor, che valorizza i vantaggi della banda ultra larga, e la consegna dei certificati delle competenze digitali ai dipendenti camerali, riporta Adnkronos.

Spingere sulla diffusione della cultura Ict nella PA

“La digitalizzazione è un volano fondamentale per la crescita del sistema Paese e soprattutto per la capacità delle imprese di creare valore aggiunto in modo sostenibile – evidenzia il ministro per la Pubblica amministrazione Fabiana Dadone -. Plaudo quindi al progetto Ultranet delle Camere di commercio che peraltro giocano anche un ruolo di sostegno alla formazione digitale dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni. Per parte nostra – aggiunge il ministro – dobbiamo spingere sempre più, e lo stiamo facendo, sulla diffusione della cultura dell’Ict in seno alla PA. La macchina dello Stato lavora per crescere e aiutare al meglio il Paese nella sfida della competitività”.

Velocità di connessione: determinante per incoraggiare l’adozione delle tecnologie avanzate

“Le Camere di commercio sono fortemente impegnate nell’aiutare le imprese a fare un salto di qualità verso l’innovazione e la digitalizzazione della propria organizzazione. In questo quadro la velocità di connessione è determinante per incoraggiare l’adozione delle tecnologie avanzate – sottolinea il presidente della Camera di commercio di Roma e di Unioncamere Lazio, Lorenzo Tagliavanti -. Anche per questo abbiamo avviato nell’ultimo triennio un importante programma formativo, che è già diventato best practice in Europa, volto a migliorare la capacità digitale del personale camerale, e a metterlo in condizione non solo di aiutare in modo sempre più efficace il passaggio delle imprese al 4.0, ma anche di contribuire al processo di trasformazione digitale in atto nella PA”.

In Italia oltre 5 milioni di lavoratori autonomi, primato europeo

Con oltre 5 milioni di lavoratori autonomi il nostro Paese è quello con il più alto numero di occupati in proprio in Europa. E l’incidenza sul totale degli occupati è la più alta anche fra i giovani. Su poco più di 4 milioni di occupati tra i 25 e i 34 anni il 16,3% svolge un lavoro autonomo, contro una media Ue del 9,4%.

Una platea di lavoratori, inoltre, mediamente più istruita dei dipendenti, specie tra i più giovani. Tanto che il 37,2% degli autonomi è laureato rispetto al 27,9% dei dipendenti. E gli autonomi sono anche molti presenti nel settore terziario, da sempre motore dell’economia del Paese.

Circa la metà degli occupati indipendenti sono al vertice della piramide professionale

Da quanto emerge dall’analisi della Fondazione studi consulenti del lavoro Il lavoro autonomo in Italia, un confronto con l’Europa, circa la metà degli occupati indipendenti in Italia sono collocati poi al vertice della piramide professionale. Il 12,3% sono manager o titolari di aziende, il 20,4% professionisti ad alta qualificazione e il 17,1% figure tecniche. Eppure, la propensione a mettersi in proprio, spiega la ricerca dei consulenti del lavoro, si riduce sempre di più. Fra il 2009 e il 2018, riporta Adnkronos, complici il calo demografico e le maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro, gli autonomi sono diminuiti del 5,14%.

Un universo ampio e articolato che contribuisce al 21,7% dell’occupazione

A oggi, professionisti, imprenditori, artigiani, ma anche consulenti e freelance, riders e lavoratori della gig economy costituiscono un universo ampio e estremamente articolato che contribuisce al 21,7% dell’occupazione del nostro Paese, a fronte di una media europea del 14,3%. E nonostante continuino a mancare interventi sufficienti a sostegno dei tanti lavoratori autonomi italiani in tanti decidono di “mettersi in proprio”. Alla base di questa decisione, nel 39% dei casi, c’è l”opportunità di fare business’, mentre nel 24,2% c’è la volontà di mantenere ‘in vita’ l’attività di famiglia.

Un’impresa non priva di ostacoli

Ma essere lavoratori autonomi è un’impresa non priva di ostacoli, e 9 autonomi su 10 (89,9%) lamentano la presenza di notevoli difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro, una condizione che in Europa interessa il 71,7% della platea.

In testa alle criticità degli italiani spicca il carico burocratico (il 25,8% degli autonomi contro il 13,1% della media europea), seguito dall’instabilità degli incarichi e dei committenti (il 21,6% contro il 12,3% della media europea dichiara di dover affrontare periodi di non lavoro, perché senza progetti o clienti) e dal ritardo dei pagamenti (il 20,2% contro l’11,7%). Pesano, infine, anche la difficoltà di accesso ai finanziamenti, l’impossibilità di incidere sui prezzi di servizi e prodotti e la mancanza di coperture in caso di malattia o infortunio.

Viva la pasta al pomodoro, ma a porzioni ridotte

Un simbolo della nostra cucina all’estero, nonché regina della tavola italiana, per tutti la pasta è “il vero piatto tipico italiano”, e se 9 italiani su 10 la mangiano regolarmente 1 su 3 lo fa tutti i giorni. Eppure ne mangiamo sempre meno. Complici i cambi di abitudini alimentari, i consumi di pasta diminuiscono del 17% nella porzione media, passata da 106 grammi a 87 grammi, e del 6% nella frequenza di consumo. I dati provengono da una ricerca sul futuro della pasta realizzata da Eumetra per Unione Italiana Food (già Aidepi), l’associazione che unisce e rappresenta i produttori di pasta italiani, su un campione di 3000 intervistati.

A pranzo è sempre la n. 1

In ogni caso, se la pasta è il primo alimento consumato a pranzo (85%), a cena è l’ultimo, con il 17% delle preferenze. Il motivo è che secondo la ricerca gli italiani continuano a pensare che la pasta faccia ingrassare (18%) e che sia meglio ridurne i consumi per la propria salute (16%), mentre il 45% rinuncia alla pasta di sera per stare leggero. Nel mondo invece i consumi di pasta nell’ultimo decennio sono aumentati, passando da 9 a 15 milioni di tonnellate annue. I Paesi dove esportiamo di più sono Germania, Regno Unito, Francia e USA, mentre i mercati strategici da cui arrivano le performance più importanti di inizio 2019 sono Arabia Saudita (+90%), Emirati Arabi Uniti (+25%), Cina (+22%) e Australia (+16%).

Più di 300 formati per il 90% del mercato

Della tradizionale pasta gialla esistono oltre 300 formati, e rappresenta circa il 90% del mercato. La pasta corta (penne, rigatoni, fusilli…), è in testa alle preferenze (78%), davanti a spaghetti e vermicelli (72%), mentre per quanto riguarda i condimenti vince il sugo di pomodoro (80%), davanti al ragù (67%), pesto o altri condimenti a base di verdure (64%). Accanto alla pasta tradizionale ora però si possono trovare l’integrale (circa +20%), la gluten free, quelle con farine alternative e superfoods, come spezie, kamut, legumi, farro. Ma quella tradizionale stravince alla prova del gusto e della semplicità di preparazione. Per questo il 70-80% dei consumatori di paste alternative continua a ancora a consumarla.

Nel 2018 il 58% della produzione è stato esportato

Nel 2018 i nostri pastifici hanno prodotto 3.370.000 tonnellate di pasta (+0,3% rispetto al 2017), confermandoci il Paese che ne consuma di più (con 23 kg di pasta pro capite). Più della metà della produzione (58%) nel 2018 è stata esportata, col risultato che un piatto di pasta su 5 mangiato nel mondo e circa 3 su 4 in Europa sono preparati con pasta italiana, riporta Askanews.

Dal canto loro i pastifici italiani (120 imprese, 4,8 miliardi di euro di fatturato) stanno investendo in media il 10% del proprio fatturato in ricerca e sviluppo per rendere gli impianti moderni, sicuri e sostenibili. Ma anche per rispondere alle esigenze di un mercato sempre più attento a gusto e nutrizione.

Fiducia: in leggero aumento per i consumatori, in calo per le imprese. I dati Istat

L’economia percepita sembra essere più positiva per i consumatori che per le imprese. Lo dicono gli ultimi dati Istat, riferiti a settembre 2019: l’indice del clima di fiducia dei consumatori è stimato in salita dal 111,9 a 112,2, ,mentre quello delle imprese scivola leggermente da 98,8 a 98,5. L’incremento dell’indice di fiducia dei consumatori, spiega l’Istituto di statistica, è la sintesi di andamenti eterogenei delle sue componenti: il clima economico registra un calo passando da 127,7 a 127,0 mentre il clima corrente rimane stabile a quota 110,0; si rileva, invece, un aumento sia per la componente personale sia per quella futura (da 107,0 a 107,8 e da 115,5 a 116,8, rispettivamente). L’Istat commenta che a “settembre 2019 la ripresa del clima di fiducia dei consumatori deriva in particolare da un miglioramento della valutazione della situazione personale e delle prospettive future”. L’Istituto sottolinea che “per le imprese si registra invece un nuovo indebolimento del clima di fiducia. La flessione di settembre è trainata dal settore manifatturiero, in calo per il quarto mese consecutivo, e dal commercio al dettaglio. I segnali positivi riguardano il settore dei servizi e, soprattutto, il comparto delle costruzioni”.

Per le imprese, ottimismo diverso a seconda dei comparti

Per quanto riguarda le imprese, sottolinea Adnkronos, l’indice di fiducia mostra andamenti differenziati nei diversi comparti. E’ infatti in diminuzione nella manifattura e nel commercio al dettaglio (da 99,6 a 98,8 e da 109,9 a 107,6, rispettivamente) mentre è in aumento nei servizi (da 97,4 a 98,5) e, soprattutto, nelle costruzioni (da 140,4 a 143,2). Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nell’industria manifatturiera il peggioramento è condizionato da una dinamica negativa sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese di produzione; i giudizi sulle scorte rimangono stabili. Nelle costruzioni l’evoluzione positiva dell’indice è determinata da un deciso miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sull’occupazione.

Il comparto dei servizi è “fiducioso”, meno quello del commercio

Più fiducioso il comparto dei servizi, che esprime un miglioramento dei giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini sono invece in peggioramento. Per quanto attiene il commercio al dettaglio, il calo dell’indice di fiducia sintetizza giudizi sulle vendite e sulle scorte in marcato peggioramento a cui si unisce un aumento delle attese sulle vendite. Si segnala che l’indice di fiducia è in diminuzione sia nella grande distribuzione sia in quella tradizionale.

Il commento delle associazioni dei consumatori

Dal canto loro, le associazioni dei consumatori Codacons e Unc commentano questi risultati evidenziando l’effetto del nuovo Governo. “Come tradizione, con la nascita di un nuovo Esecutivo gli italiani confidano in un cambiamento e guardano con rinnovata speranza al futuro” ma “il problema è mantenere questa fiducia e non tradirla” dice Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, sottolinea le “elevate aspettative delle famiglie” dal cambio di esecutivo ma avverte che sulle imprese grava invece la preoccupazione dell’aumento dell’Iva.