Author: Giampiero Prugna

La pausa caffè con le cialde Dolce Gusto

Una buona pausa caffè è quel che ci vuole, nel corso della giornata, per staccare dallo stress del lavoro o dal ritmo frenetico degli impegni già affrontati e di quelli che ancora ci attendono. Sorseggiare una buona tazzina consente infatti alla mente di rilassarsi, e anche noi ci sentiamo più distesi, specie se condividiamo questo momento con qualcuno e ne approfittiamo per scambiare quattro chiacchiere in maniera informale. Ecco perché il momento del caffè è così tanto atteso e desiderato, e per far si che questo sia veramente un momento piacevole e rilassante, è bene il caffè sia di gran qualità e regali al palato quella piacevole sensazione che ci si aspetta. A casa come al lavoro dunque, scegliere bene è di fondamentale importanza affinché il momento della pausa caffè sia veramente ristoratore e consenta di recuperare le energie psicofisiche necessarie a riprendere i compiti e gli appuntamenti che ancora ci attendono nel corso della giornata.

Oggi vogliamo stare leggeri (è lunedì…), e vi consigliamo le cialde Dolce Gusto, che grazie alla grande qualità delle miscele adoperate, regalano ogni volta quella piacevole sensazione che si prova al bar, quando si sorseggia un caffè cremoso e dall’aroma intenso e avvolgente, un piacere per l’olfatto ed il palato che distende e rigenera. Chi fa già utilizzo di queste ottime cialde conosce bene la grande varietà di scelta che consente a ciascuno di poter avere il caffè del gusto che si preferisce o di quello che si ritiene più opportuno in base al proprio umore o al momento della giornata. Il sistema a cialde Nescafè è senz’altro uno dei più apprezzi dal pubblico, grazie al grado di affidabilità delle proprie macchine per il caffè, spesso ritenuta superiore rispetto a Nespresso o Lavazza, ed alla facilità con la quale è possibile reperire le relative cialde. Vi consigliamo di farci un pensierino, perchè con Dolce Gusto ciascuno di voi potrà bere il proprio caffè così come lo desidera, recuperando energie fisiche e mentali che di questi tempi non devono mai mancare!

Milano e Lombardia: architettura e design abitano qui

Milano si conferma la capitale italiana dell’architettura e del design, e le altre province della Regione la seguono a ruota. Lo rivelano i numeri della Camera di Commercio: le imprese del settore di Milano concentrano 3,5 miliardi di fatturato, che arrivano a 5 includendo Monza. Non solo: il capoluogo lombardo riunisce quasi 12 mila addetti che raddoppiano con la Brianza e vanta 3.548 imprese che diventano circa 6 mila con Monza Brianza e Lodi.

Un comparto che cresce

In particolare, negli ultimi cinque anni è aumentata a Milano la concentrazione del settore legno e arredo: + 3,3% per le 3.548 imprese grazie ai designer specializzati (+19,5%, rispetto a un dato lombardo e italiano intorno al +10%). Un quadro di crescita, secondo i dati della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi al terzo trimestre 2017, anche negli scambi.

Exploit per l’export

Boom dell’export milanese in un anno, + 24%, che tocca i 263 milioni. Il capoluogo si posiziona sesto nella classifica nazionale dell’export, dopo Treviso, Monza, Pordenone, Como, Udine. Ha dichiarato Elena Vasco, Segretario Generale della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi: “La Triennale è parte importante di una Milano capace di continua innovazione. Il tema scelto quest’anno, ‘Broken Nature’, è dedicato all’ambiente nel quadro di un’architettura attenta alla conservazione del territorio e proiettata verso il futuro. In una fase di crescita delle imprese milanesi, grazie soprattutto al design, la XXII Esposizione è un punto di riferimento attrattivo aperto al mondo”.

Architettura, mobili e design in Lombardia

In questo comparto, sono 14 mila le imprese attive in Lombardia, 56 mila gli addetti e 8,7 miliardi il business generato. A livello nazionale, le imprese del settore architettura, mobili e design sono 73 mila, 260 mila gli addetti e 29 miliardi il giro d’affari. Milano concentra 3,5 miliardi di fatturato, che arrivano a 5,3 includendo Monza e Lodi, quasi 12 mila addetti che raddoppiano a 24 mila con anche Monza e Lodi, 3.548 imprese che diventano 6.159 con Monza e Lodi. Un settore orientato all’estero con 3 miliardi di scambi in un anno per la Lombardia su un totale italiano di circa 12.

Le performance dell’import/export

La Lombardia esporta 1,6 miliardi nel settore legno-arredo su un totale nazionale di 5,7 miliardi. Prima Monza (455 milioni), poi Como (367 milioni), Milano (263 milioni), Brescia (136 milioni), Bergamo (111 milioni). Dopo Milano con +24% in un anno, crescono Pavia (+17%, 18 milioni), Varese (+12%, 44 milioni).

L’effetto Donald Trump frena l’export italiano

Le mosse di Donald Trump hanno un potente effetto non solo sulla politica internazionale, ma anche e sopratutto sull’economia globale. In un clima di protezionismo a favore dei prodotti a stelle e strisce, l’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti d’America ha contribuito a frenare le esportazioni Made in Italy negli States. L’export oltreoceano ha infatti segnato una pesante battuta d’arresto, anche su prodotti tradizionalmente amatissimi dagli americani, come il vino e il food.

Esportazioni calate dell’1,1%

Il calo relativo alle esportazioni verso gli Stati Uniti è valutato nell’1,1%. Lo rivela la Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero ad agosto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. “La nuova strategia USA ‘America First’ sembra avere i primi effetti dovuti ad una politica monetaria aggressiva e un atteggiamento forse più neoprotezionista nei consumi. Si tratta di un segnale preoccupante che trova conferma anche nell’andamento del vino che è il principale prodotto agroalimentare italiano esportato negli Usa” afferma la Coldiretti in una nota diffusa recentemente. Che aggiunge: “Dopo anni di crescita ininterrotta le esportazioni vinicole italiane hanno invertito la tendenza con un segno negativo e sono ammontate, a 1.497.710 ettolitri per un valore di 779 milioni di dollari e 91mila, contro 1.501.130 ettolitri, per un valore di 779 milioni di dollari e 179mila nei primi sette mesi dell’anno in corso rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno”.

Soffre l’intero comparto agroalimentare

L’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti – afferma la Coldiretti – vale complessivamente 3,8 miliardi di euro ed è costituito per la metà dai comparti del vino (1,3 miliardi, il 35% del totale) e dell’olio (circa 500 milioni, pari al 13%), ma rilevante è anche il peso delle esportazioni di formaggi e latticini (289 milioni di euro, 8% del totale), pasta (244 milioni, pari al 6%), prodotti dolciari (198 milioni, 5%) e ortofrutta trasformata (196 milioni, 5%).

Quello americano, prosegue l’associazione dei produttori, rappresenta per l’agroalimentare italiano il primo mercato di esportazione fuori dai confini comunitari per un valore che è pari al 10% del totale.

America First, per l’Italia meglio di no

Non resta che augurarsi che la politica “America First” non prosegua così come indicato da Trump durante la sua durissima campagna elettorale. Se l’atteggiamento non cambierà, per l’economia italiana si tradurrebbe in una possibile perdita fino a 1,4 miliardi di euro nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, di cui oltre trecento milioni nel solo settore agroalimentare.

Cybercrime, per le aziende italiane rappresenta un costo di 6,7 milioni di dollari

La sicurezza informatica, e soprattutto i crimini tecnologici, hanno un costo spaventoso per le aziende di tutto il mondo. La media, calcolata a livello globale, è di 11,7 milioni di dollari. Non risulta essere una sorpresa che siano gli Stati Uniti d’America il paese più colpito dai cyber-attacchi, dove il fenomeno costa alle imprese a stelle e strisce la cifra record di 21,22 milioni di dollari, praticamente il doppio della media globale.

In Italia il fenomeno è ancora sotto controllo

Nel nostro Paese, fortunatamente, il costo del cybercrime si ferma a 6,73 milioni di dollari. Si tratta del “prezzo” più basso tra i paesi considerati nell’indagine, alle spalle solo dell’Australia (con 5,41 milioni di dollari). Le rilevazioni e i relativi costi sono il frutto di uno studio di Accenture e Ponemon Institute,  pubblicato in occasione del CyberTech Europe 2017, evento sulla sicurezza informatica.

130 violazioni all’anno per ogni azienda

I numeri sono impressionanti: la media di attacchi per ogni impresa, all’anno, raggiunge i 130. Le più colpite sono, e non stupisce, le aziende operanti nei settori dei servizi finanziari e dell’energia: per loro il costo medio annuo raggiunge rispettivamente i 18,28 e i 17,20 milioni di dollari.

Tempi sempre più lunghi per risolvere i problemi

Diverse sono le tipologie di attacchi e differenti sono i tempi necessari per risolverli. Lo studio spiega che per la risoluzione di un ransomware, ovvero quei software che rendono computer e smartphone inutilizzabili finché non si paga un riscatto, servono in media 23 giorni. Tempi decisamente più lunghi per sopravvivere agli attacchi più aggressivi, quelli con insider cattivi, per i quali possono occorrere in media 50 giorni prima della “guarigione”. Un costo enorme.

Difendersi costa caro

In Italia, così come in Francia (7,9 milioni), i costi medi sostenuti dalle aziende a causa del crimine informatico non registrano un aumento. La situazione è però molto diversa in altri Paesi del mondo, che hanno necessariamente registrato una forte crescita in termini di investimenti per proteggersi dai cybercrime. Ad esempio gli Usa sono passati da 17,36 milioni nel 2016 a 21,22 milioni del 2017. Nello stesso periodo, in Germania i costi sono saliti da 7,84 a 11,15 milioni; in Giappone da 8,39 a 10,45; nel Regno Unito da 7,21 a 8,74.

Riscatto: pagare sì o pagare no?

Nel corso dell’ultima edizione di CyberTech Europe 2017, è anche emerso che il 42% delle Piccole e medie imprese italiane ha avuto a che fare con il ransonmware. E ben un’azienda su tre (32%) ha deciso di pagare il riscatto, anche se poi non tutte sono ritornate in possesso dei propri dati.