Prodotti di largo consumo, da gennaio ad aprile +2% a valore

Nel periodo tra gennaio e aprile 2019 le vendite a valore nel largo consumo hanno registrato un incremento pari al +2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una previsione di chiusura dell’anno dell’1,5% a valore. La tenuta della fiducia dei consumatori, la maggiore attenzione ai temi ambientali e al bio, e la crescita dell’e-commerce sono le tendenze che segnano l’andamento del largo consumo nei primi mesi del 2019. Le previsioni vedono un 2019 positivo, ma qualche preoccupazione è legata alle possibili chiusure domenicali, e all’aumento dell’Iva.

Crescita a valore maggiore al Sud e nelle Isole

Da quanto emerge dai dati di Nielsen la fiducia degli italiani risulta quindi stabile a quota 68 rispetto ai 70 punti del 4° trimestre 2018. Non emergono segnali evidenti di ritorno ai livelli bassi del passato, in linea con quanto osservato anche negli altri Paesi europei. “Il ruolo del mondo del largo consumo, comunque, rimane centrale nel panorama macro-economico del nostro Paese, anche a fronte di un Pil vicino a crescita zero”, dichiara Romolo de Camillis, Retailer Services Director di Nielsen Italia. I primi quattro mesi del 2019 confermano quindi gli andamenti positivi per tutti i prodotti, riporta Askanews. A livello di aree geografiche si osserva una crescita a valore maggiore al Sud e nelle Isole (+2,6%) rispetto al resto d’Italia, con il Nord Ovest a +2,2%, il Nord Est a +1,7%, e il Centro a +2,5%.

Salgono i prodotti con claim green

Tra i produttori l’innovazione continua a svolgere un ruolo chiave per la crescita. L’attenzione ai temi ambientali porta infatti i prodotti del cura casa con claim green a salire del +3,1%. In particolare, quelli “meno plastica” (+24,5%), “plastica riciclata” (+9,6%), biodegradabile (+7,8%). I prodotti per la cura della persona registrano poi un +14,9% per il claim biologico. Una prima mappa dell’offerta online registra circa 830 punti vendita che nel Paese offrono i servizi click & collect (ordino online e ritiro nel punto vendita) e click & drive (ordino online e ritiro con l’auto). Al netto degli sviluppi dell’offerta online, le vendite mostrano una crescita significativa nel primo quadrimestre 2019 (variazione di fatturato pari a +27,70%), contribuendo per circa lo 0,2% alla crescita complessiva della GDO.

Effetti negativi di un possibile aumento dell’Iva

In uno scenario competitivo sempre più esteso, poi, il discount si dimostra il canale più interessante. Dopo più di cinque anni di crescita continuativa inizia a configurarsi come un vero e proprio competitor del canale super. Ed è leader per margine: l’utile prodotto dalle principali aziende discount rappresenta bene il 34,2% degli utili distributivi (fonte Mediobanca). Riguardo al dibattito sul tema delle aperture domenicali, Nielsen ha quantificato l’incidenza delle vendite delle domeniche al 10% del totale, in crescita rispetto al passato. Anche un possibile aumento dell’Iva potrebbe avere effetti negativi sulle vendite del largo consumo, con i consumatori pronti ad adottare misure contenitive per neutralizzare gli aumenti di prezzo.

Mini scosse al cervello per far ringiovanire la memoria

Con l’avanzare degli anni quasi tutte le persone sperimentano un declino delle capacità di memoria. Invecchiando la capacità di ricordare si altera, non è una novità. Ma bastano mini-scosse indolori localizzate su determinate aree del cervello e la memoria ringiovanisce. Sembra infatti che stimolare una porzione precisa del cervello con impulsi elettromagnetici aiuti a migliorare la memoria degli anziani, facendola tornare al livello di quella di persone più giovani. Almeno, è quanto emerge da uno studio della Northwestern University, pubblicato sulla rivista americana Neurology.

Recuperare la capacità di memoria negli anziani

Lo studio, condotto su 16 persone con età dai 64 agli 80 anni, e in alcuni casi con normali problemi di memoria legati all’età, mostra che con questo tipo di stimolazione cerebrale è possibile recuperare la capacità di memoria negli anziani.

Durante lo studio, “la memoria delle persone anziane migliorava al punto che non potevamo più distinguerla da quella dei soggetti più giovani”, spiega Joel Voss, professore associato alla Northwestern University e responsabile dello studio. Di fatto, aggiunge Voss, gli anziani “Sono migliorati sostanzialmente”.

La stimolazione magnetica transcranica “colpisce” l’ippocampo

Lo studio ha utilizzato la stimolazione magnetica transcranica per colpire l’ippocampo, la regione del cervello che si “atrofizza” quando le persone invecchiano, ed è responsabile del declino della memoria legato all’età. “Si tratta della parte del cervello che collega due cose non correlate fra loro in un ricordo, come ad esempio il posto in cui hai lasciato le chiavi o il nome del nuovo vicino di casa – continua Voss -. Gli anziani spesso si lamentano di avere problemi con questo tipo di ricordi”.

Il team ha localizzato l’ippocampo, che nelle persone anziane risulta più piccolo, di ogni partecipante con una risonanza magnetica funzionale. Per la stimolazione i ricercatori hanno poi localizzato anche un’area specifica del lobo parietale che comunica con l’ippocampo.

Le persone più anziane hanno raggiunto il livello degli adulti più giovani

Dopo avere condotto sui pazienti una serie di test di memoria i ricercatori hanno eseguito un trattamento di stimolazione magnetica mirato per cinque giorni consecutivi e per 20 minuti al giorno. E i risultati non si sono fatti attendere. Come hanno mostrato gli esami condotti in seguito, riporta Adnkronos, stimolare quest’area ha infatti migliorato la funzione delle regioni importanti per la memoria. Non solo, 24 ore dopo la stimolazione finale ai soggetti è stato sottoposto un nuovo test di memoria, che ha dimostrato come le persone più anziane coinvolte abbiano raggiunto il livello degli adulti più giovani.

Sullo smartphone si gioca per il 26% del tempo. E il futuro dei game è nel 5G

Videogiochi, una passione che da Pong, il primo videogioco arcade della Atari, non accenna a passare di moda. Anche se da allora sono cambiate tantissime cose, come ad esempio le abitudini dei gamer, in continua evoluzione per adattarsi alle novità tecnologiche del mercato. Non si gioca più infatti solamente su PC o console, ma anche su smartphone e tablet, particolarmente apprezzati soprattutto per giocare “in movimento”. Tanto che oggi il boom del gaming da dispositivi mobile guida la crescita del settore videogiochi. E il 26% delle ore spese su mobile è proprio destinato al gaming.

Entro il 2023 il 54% dei gamer sceglierà il mobile

Secondo un rapporto di Ericsson sul mondo dei videogiochi entro il 2023 il 54% degli intervistati giocherà dallo smartphone. Una percentuale che scende al 37% per quanto riguarda i tablet, al 39% per le console e al 46% per i PC. Per quanto riguarda i momenti e i luoghi in cui gli utenti preferiscono giocare, a oggi il luogo preferito rimane casa propria, soprattutto durante le ore serali (43%) o notturne (47%). Altre occasioni di gioco riguardano il tempo trascorso sui mezzi di trasporto (21%), a scuola o in ufficio (16%), al ristoranti o al bar (14%) o in casa di amici (13%).

Ma chi pensa che i videogiochi siano ancora appannaggio dei ragazzi molto giovani deve ricredersi. Se i teenager percepiscono il gaming come un passatempo gli utenti nella fascia di età dai 25 ai 34 anni lo considerano un’attività molto importante nella vita quotidiana.

Realtà Virtuale e Realtà Aumentata le next big thing dei game

La next big thing nel mondo del gaming è la Realtà Aumentata. Ed è proprio lo smartphone uno dei migliori strumenti per fruire contenuti in questa tecnologia, anche se molti consumatori sono frenati dal non possedere un telefono abbastanza ‘buono’ per poterla sfruttare. In ogni caso, né AR né Realtà Virtuale, riporta Agi, al momento beneficiano della disponibilità di titoli validi e accessori di alta qualità a prezzi accessibili. Fattori che a oggi ne limitano la diffusione.

Il 5G darà la spinta decisiva ad VR e AR

Per il 32% degli intervistati, però, la vera spinta verso l’utilizzo della Realtà Aumentata arriverà quando non sarà più necessario dover tenere in mano un tablet o uno smartphone per giocare. A dare un forte impulso all’utilizzo di Realtà Virtuale e Aumentata nell’industria del gaming sarà però anche il 5G, che garantendo latenze prossime allo zero, altissima affidabilità della connessione anche in movimento e maggiori capacità e velocità, promette di dare la spinta decisiva alle nuove frontiere del game.

I gamer però non si accontentano mai, e apprezzerebbero parecchio la possibilità di poter avere a disposizione gli oggetti virtuali creati con un videogioco al termine della sessione

Italia deferita a Corte Ue per scarsa qualità dell’aria (e dell’acqua)

L’Italia non rispetta la direttiva UE sulla qualità dell’aria, in particolare, per quanto riguarda i limiti massimi consentiti per il biossido di azoto. La Commissione europea ha deciso quindi di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia dell’Ue. L’Italia infatti avrebbe dovuto adeguarsi agli obblighi previsti dalla direttiva che limita i livelli di biossido di azoto entro il 2010, quello annuale (40 microgrammi per metro cubo) e quello orario (200 microgrammi per metro cubo, da non superare per più di 18 giorni l’anno). Oltre all’aria “sporca” l’Italia è stata deferita anche per il mancato rispetto della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. Ovvero, la mancata depurazione delle acque di scarico.  Magrissima consolazione: anche Francia, Germania, Regno Unito, Romania e Ungheria sono interessati da provvedimenti simili.

La mappa italiana dell’aria inquinata

L’elenco provvisorio delle zone italiane interessate al superamento dei livelli di biossido di azoto comprende Torino, Milano, Bergamo, Brescia, la pianura lombarda (non meglio specificata), Genova, Firenze, la costa toscana (non meglio specificata) e Roma (per il periodo 2010-13). Oltre a Campobasso e alcune aree industriali siciliane (2010-12), Catania per il 2012, e ancora Catania e alcune aree industriali siciliane per il 2014-15.

Milano, unica in Italia, ha anche sforato il limite orario nel periodo 2010-13. Il deferimento in Corte, che potrebbe risultare in una sanzione finanziaria, per il superamento dei limiti relativi al biossido di azoto si aggiunge a quello del maggio 2018, in quel caso per i limiti relativi al Pm10.

Cattiva gestione delle acque reflue per circa 800 Comuni

Per quanto riguarda il deferimento sulle acque reflue la procedura di infrazione risale al 2014. Entro il 2005 lo Stato italiano avrebbe dovuto predisporre reti fognarie adeguate e sistemi di trattamento secondario prima dello scarico, ed entro il 1998 (21 anni fa), avrebbe dovuto riservare un trattamento migliore delle acque per le aree più sensibili, e predisporre impianti di trattamento biologico delle acque, riferisce Adnkronos.

La cattiva gestione delle acque reflue riguarda circa 800 Comuni, 18 in Abruzzo, 40 in Basilicata, 129 in Calabria, 108 in Campania, 7 in Friuli-Venezia Giulia, 4 nel Lazio, 6 in Liguria, 119 in Lombardia, 46 nelle Marche, 1 in Piemonte, 27 in Puglia, 41 in Sardegna, 176 in Sicilia, 34 in Toscana, uno nella Provincia di Trento, 5 in Umbria, uno in Valle d’Aosta e 26 in Veneto, più un’area sensibile condivisa tra quattro regioni del Nord.

Quattro procedure di infrazione aperte per impianti fognari e depuratori

Alcuni degli agglomerati sono molto grandi. Si tratta di città come Roma, Firenze, Napoli, Bari e Pisa. Sul trattamento delle acque reflue urbane, cioè in pratica sugli impianti fognari e sui depuratori, l’Italia ha 4 procedure di infrazione Ue aperte. A questo proposito è stato nominato un commissario, Enrico Rolle, che ha competenza sui Comuni oggetto di procedura con deferimento in Corte. Il deferimento in Corte prelude a possibili sanzioni pecuniarie nei confronti dello Stato italiano.

Lavoro, i posti (anche) ben pagati che nessuno vuole

In Italia si sente parlare spesso di disoccupazione, povertà, e di reddito di cittadinanza, ma quasi mai dei tanti posti di lavoro che nessuno vuole occupare. A cominciare da quelli del settore digitale. Le aziende italiane infatti hanno un grandissimo bisogno di profili digital, in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie e le nuove possibilità, ma almeno per ora il nostro Paese sembra non essere in grado di offrire abbastanza. Proprio per questo motivo le aziende si affidano sempre più ai servizi delle agenzie di selezione di personale, come ad esempio la società milanese di head hunting Adami & Associati, specializzate nella ricerca di figure poco presenti sul mercato.

Il gap tra la domanda e l’offerta di figure Ict

“Esiste un concreto e non trascurabile gap tra la domanda e l’offerta di lavoro, soprattutto per quanto riguarda le professioni tecnologiche”, sottolinea la CEO e founder Carola Adami. Questo significa che il fabbisogno delle aziende di determinate figure, come specializzati in Big Data, Data scientist, Data architect, Sviluppatori software, Chief digital officer, ingegneri informatici, insomma, i laureati in Information and Communications Technology, superano molto spesso l’effettiva disponibilità di tali figure. Ma la difficoltà delle imprese non è solo nell’assumere profili altamente qualificati per le nuove professioni digitali.

Nonostante la crisi permangono molti lavori che pochi sono disposti a fare

“Va evidenziato il fatto che le aziende arrancano talvolta anche nell’individuare delle figure più tradizionali, che spesso tra i requisiti minimi non contemplano un titolo di laurea- continua Adami -. Parliamo infatti di ruoli come il perito tecnico e l’elettrotecnico, o ancora, il falegname, il cablatore, l’idraulico, il manutentore, l’elettricista, l’estetista, il camionista e il panettiere”.

Proprio così: nonostante la recente crisi economica dal quale il Paese sta lentamente uscendo, permangono molti lavori che poche persone sono disposte a fare. Molto spesso, si tratta di ruoli che non richiedono particolari titoli accademici, e che garantiscono retribuzioni più che dignitose. Per molte professioni artigiane e per alcune professioni tecniche, infatti, le retribuzioni annue toccano i 40mila euro.

“Per molti giovani il lavoro manuale corrisponde a un’occupazione umile”

Per quale motivo, dunque, gli italiani non sono disposti ad accettare questi lavori, e dunque a rispondere alle richieste delle aziende in cerca di manodopera? “Per molti giovani il lavoro manuale corrisponde a un’occupazione umile, dal valore medio basso, e che in ogni caso richiede sforzi e sacrifici eccessivi – sottolinea Adami -. Per questo motivo, tali proposte di lavoro non vengono prese in considerazione, rimangono inascoltate, rallentando pesantemente i processi di recruiting delle aziende”.

Sbaglia quindi chi pensa che con la rivoluzione digitale le professioni artigiane siano destinate a scomparire. É vero il contrario, il bisogno di artigiani professionisti continuerà a essere impellente. “Tutt’al più – prosegue l’head hunter – questi profili saranno chiamati a rinnovarsi e ad acquisire nuove skills, trasformandosi pian piano nei cosiddetti artigiani 4.0”.

GDPR e diritti dei cittadini

Nel Maggio 2018 è entrato in vigore il nuovo regolamento comunitario relativo alla protezione dei dati personali delle persone fisiche, ed introduce nuovi diritti per i cittadini e restrizioni per le aziende. Tra le innovazioni vi sono regole maggiormente chiare relative al consenso e all’informazione fornita al cittadino. In virtù dell’introduzione all’oblio inoltre, i cittadini potranno ottenere in qualsiasi momento la cancellazione dei dati personali da parte del titolare. Viene inoltre introdotto il cosiddetto diritto alla portabilità, per il quale i dati possono essere facilmente spostati da un titolare all’altro a tutto vantaggio del cittadino. Vi sono inoltre maggiori garanzie per i minori ed una migliore trasparenza in genere, cosa che invece era alquanto lacunosa in passato. Le sanzioni per le aziende che non si adeguano possono essere elevate e raggiungere anche i 20 milioni di euro o al 4% del fatturato totale riferito all’esercizio precedente.

Per quel che riguarda gli obblighi dei titolari e dei responsabili vi è l’obbligo di dimostrare la propria conformità al regolamento. Non sono inoltre previste misure di protezione esplicite, sebbene il titolare sia adesso chiamato a definire un apposito piano di controllo sulla base degli eventuali rischi individuati. Bisogna inoltre provvedere alla protezione dei dati personali di clienti, fornitori e dipendenti già dal momento in cui questi vengono acquisiti, ed il titolare è chiamato a comunicare eventuali violazioni sia ala garante che agli interessati, entro le 72 ore dal momento in cui ne viene a conoscenza. È diventato infine obbligatorio tenere un apposito registro dei trattamenti ed effettuare una valutazione dell’impatto del trattamento. Nel caso in cui si abbiano dubbi sull’applicazione di tali accorgimenti, è preferibile richiedere una specifica consulenza privacy per evitare di commettere imprudenze che possano poi portare al comminamento di una delle sanzioni amministrative citate in precedenza.

La burocrazia italiana è tra le peggiori dell’eurozona

L’Italia è tra i paesi europei con la burocrazia peggiore, solo la Grecia ci supera. Almeno, questo è il risultato dell’indice europeo sulla qualità dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche dei 19 Paesi dell’eurozona. Si tratta di un’elaborazione riferita al 2017 realizzata dalla Cgia su dati della Commissione europea, da cui emerge che se la Finlandia, i Paesi Bassi e il Lussemburgo occupano i tre gradini del podio, Slovacchia, Italia e Grecia si collocano nelle parte più bassa della classifica.

Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica

“Sarebbe comunque sbagliato generalizzare – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – non tutta la nostra amministrazione pubblica è di bassa qualità. La sanità al Nord, molti settori delle forze dell’ordine, diversi centri di ricerca e istituti universitari assicurano delle performance che non temono confronti con il resto d’Europa”.

In ogni caso, il livello medio complessivo è preoccupante. “L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato – prosegue Zabeo – una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici”.

Tempi e costi della burocrazia, una patologia che colpisce gran parte del nostro Paese

“Purtroppo, i tempi e i costi della burocrazia – afferma il segretario della Confederazione Generale Italiana degli Artigiani Cgia Renato Mason – sono diventati una patologia che caratterizza negativamente una larga parte del nostro Paese”. E cha ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri. “Che purtroppo, non vogliono più investire in Italia, anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”, aggiunge Zabeo.

Secondo l’Ocse la produttività media è più elevata nelle zone con una PA più efficiente

Ad confermare la posizione di coloro che sostengono che per il sistema Paese sia imprescindibile avere una macchina statale che funzioni bene, arrivano poi anche i dati elaborati dall’Ocse. Secondo l’organizzazione internazionale, infatti, la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica. E proprio le imprese italiane, realtà prevalentemente di piccola e piccolissima dimensione, sono quelle che avrebbero maggiormente bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso. Un sistema in cui le decisioni vengano prese senza ritardi e il destinatario sia in grado di valutare con certezza la durata delle procedure.

Italia al 4° posto per complessità delle procedure amministrative

Altrettanto preoccupanti, riporta Adnkronos, sono i risultati che emergono dalla periodica indagine campionaria condotta dall’Eurobarometro della Commissione europea sulla complessità delle procedure amministrative che incontrano gli imprenditori dei 28 Paesi dell’Unione. In questa graduatoria l’Italia si trova al 4° posto, con l’84% degli intervistati che definisce la cattiva burocrazia come un grosso problema.

Solo la Grecia, la Romania e la Francia presentano una situazione peggiore della nostra, mentre il dato medio dell’Unione europea si attesta al 60%.

Spunta Elowan, la prima pianta cyborg

L’hanno battezzata Elowan ed è la prima pianta cyborg. Elowan è stata progettata dai ricercatori del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit), guidati Harpreet Sareen, ed è una prova di principio per ottenere piante cyborg in grado di produrre energia e spostarsi da sole dove c’è più luce. Ottenuta combinando fusto, foglie e radici di un Anthurium con elementi elettronici, la cyber pianta è stata installata su una piattaforma robotica dotata di ruote, che le permette appunto di potersi muovere per raggiungere la sorgente di luce.

Le rose elettroniche della Svezia

Non è la prima volta che si ottiene una pianta integrata con l’elettronica. In Svezia erano già state ottenute rose elettroniche in grado di condurre elettricità, ma questa volta Elowan “dialoga” direttamente con una macchina, perché è stata integrata con elettrodi che catturano i segnali della pianta e li inviano a una piattaforma robotica sistemata alla base.

Secondo il Mit, Elowan è un tentativo per migliorare le capacità naturali delle piante di rispondere alle esigenze di luce e renderle più autonome. Le piante infatti emettono segnali bioelettrochimici naturali prodotti da cambiamenti di luce, gravità, temperatura, o ferite, conducendoli fra i propri tessuti. I girasoli, ad esempio, sono capaci di girarsi nella direzione del sole.

Elettrodi inseriti nello stelo, nelle radici e nelle foglie

Per ottenere la pianta cyborg, riferisce una notizia Ansa, i ricercatori del Mit hanno inserito alcuni elettrodi nello stelo, nelle radici e nelle foglie di Elowan, che catturano i segnali della pianta e li spediscono alla piattaforma robotica che elabora i segnali e li converte in comandi. Di conseguenza, se la pianta ha bisogno di più luce, la piattaforma, munita di ruote e motore elettrico, si sposta verso la sorgente luminosa. In un esperimento il Mit ha dimostrato che posizionando Elowan tra due lampade che si accendono e si spengono, la pianta si muove verso la luce accesa.

Piante come Elowan in futuro potrebbero essere sistemate negli uffici per garantire che i livelli di temperatura e umidità siano ottimizzati non solo per la pianta, ma anche per i lavoratori che ne condividono lo spazio.

Le piante sono il miglior tipo di “strumento elettronico”

Harpeet Sareen, assistente professore presso la Parsons School of Design, afferma che il progetto è stato realizzato per sperimentare l’integrazione della tecnologia con la natura.

“Generalmente creiamo dispositivi elettronici per svolgere alcune funzioni al posto nostro – spiega Sareen – ma le piante hanno già intrinsecamente tali capacità: possono percepire e possono mostrare, quindi sono già un’interfaccia”.

Inoltre, riporta Webnews, le piante sono organismi auto-alimentati e auto-rigeneranti. In breve, potrebbero essere il miglior tipo di “strumento elettronico” a disposizione.

Tv a rischio privacy

La Tv “su misura” sta registrando un vero e proprio exploit a livello globale, ma si tratta di uno sviluppo non esente da pericoli, almeno per quanto evidenziato da Federprivacy. In base alle osservazioni dell’Associazione dei Professionisti della Privacy, questo strumento presenta possibili “rischi di discriminazione, condizionamento delle opinioni personali, e sulla protezione dei dati personali.”

Un fenomeno che cresce

Cresce infatti il fenomeno della “addressable tv” un tipo di pubblicità mirata che viene visualizzata dai telespettatori in modo personalizzato tenendo conto dell’ubicazione geografica, delle fasce d’età, del sesso, dei singoli gusti ed abitudini di consumo. Le aziende statunitensi hanno investito sulla addressable tv 2,25 miliardi di dollari, solo quest’anno, con un incremento del 79% rispetto allo scorso anno, con la prospettiva di diventare un terzo della pubblicità totale nelle trasmissioni audiovisive entro il 2022.

Allarme privacy e diritti fondamentali

Le tecnologie basate sugli algoritmi e l’analisi dei comportamenti degli utenti utilizzate per la pubblicità su misura in televisione aprono criticità su vari fronti riguardanti i diritti fondamentali dell’individuo, non ultimo il rispetto della privacy. “Con le moderne smart tv, un quarantenne dirigente d’azienda può vedere uno spot che gli propone una costosa berlina full optional, mentre nello stesso momento un suo coetaneo operaio sintonizzato sulla stessa emittente può invece visualizzare una pubblicità su un’utilitaria economica, magari da pagare a rate “ spiega Nicola Bernardi, Presidente di Ferderprivacy, Associazione dei Professionisti della Privacy.

Le “smart” tv

In Europa i televisori HbbTv (Hybrid broadcast broadband TV) che sono abilitati a ricevere questa tipologia di pubblicità sono già 44 milioni, di cui quattro milioni solo in Italia, ma il presidente di Federprivacy solleva non poche perplessità: in base al Regolamento UE 2016/679 sulla protezione dei dati personali, quando l’utente viene profilato per potergli proporre spot pubblicitari su misura in base all’analisi del suo comportamento, dei suoi gusti e delle sue abitudini di consumo, deve esserne infatti informato preventivamente in modo trasparente ed essere in grado di esprimere in modo consapevole il suo consenso, con il diritto di revocarlo in qualsiasi momento.

Le sanzioni

Anche se il fenomeno della “addressable tv” sembra destinato a vedere presto una larga diffusione anche in Europa ed in Italia, è quindi necessario rispettare le regole del GDPR, anche perché le sanzioni per chi non rispetta la privacy degli utenti possono arrivare fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato annuo globale dei trasgressori.

Mutui e 730: i costi che si possono tagliare

Il mutuo può anche diventare un “taglio” quando si compila la dichiarazione dei redditi. Non tutti i contribuenti lo sanno, ma esistono alcune voci connesse al mutuo e alla sua stipula che possono essere detratte dal modulo 730. Innanzitutto, è bene sapere che è previsto uno sgravio Irpef pari al 19% degli interessi passivi sui mutui garantiti da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale, con un tetto massimo su cui calcolare il bonus di 4.000 euro annui. Quindi la detrazione massima può raggiungere i 760 euro. L’agevolazione si estende anche ai “relativi oneri accessori”: questo significa che è perciò detraibile pure la parcella del notaio per la stipula del contratto di mutuo prima casa. Si tratta di un onorario professionale che costituisce probabilmente la voce più pesante in termini di costo.

Cosa e quanto si può detrarre

Nell’elenco delle voci detraibili ci sono poi le imposte d’atto connesse al mutuo, comprese l’imposta per l’iscrizione o la cancellazione di ipoteca e l’imposta sostitutiva sul capitale prestato. Per un mutuo di medio importo (fascia 120-150 mila euro) questi costi possono oscillare tra i 1.500 e i 2.500 euro, ovviamente destinati a salire all’aumentare della somma erogata. Come precisato dall’Agenzia delle entrate nella circolare n. 7/E del 27 aprile 2018, risultano agevolabili anche eventuali commissioni pagate agli istituti per la loro attività di intermediazione, nonché le spese di istruttoria e di perizia tecnica.

Cosa invece non è detraibile

Esiste poi una serie di costi che, al contrario, non sono detraibili. Tra questi rientrano le spese di assicurazione dell’immobile, quelle notarili riferite alla stipula dell’eventuale preliminare di compravendita dell’immobile e del rogito. Sono indetraibili anche le imposte pagate dall’acquirente dell’abitazione (registro se si tratta di bene già esistente, Iva se si tratta di immobile nuovo), le imposte d’atto connesse al trasferimento degli immobili, vale a dire i tributi ipotecari e catastali.

Fondamentale informarsi per non commettere errori

E’ molto importante per chi sottoscrive un mutuo capire quali siano le voci di spesa che possono rientrare nel beneficio fiscale. A stilare un breve vademecum sono i portali mutui.it e facile.it. che mettono in guardia da eventuali “inghippi” burocratici. Facciamo un esempio pratico: in molti casi il tetto dei 4.000 euro potrebbe impedire il recupero pieno del 19% degli interessi e dei rispettivi oneri che vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi dell’anno in cui sono stati sostenuti, tipicamente il primo, e non possono essere “spalmati” nel tempo.